Ermeneutica e verità

(Scambio con Francesco Tomatis)

 

Caro Maurizio,

 

Dichiaro subito le cose che mi appaiono forse più stonate nel libro.

1. Il fatto che il popolo credente cattolico non abbia affatto interesse teologico, al più vagamente etico. Al di là del ritorno alla religione, che però comprende anche New Age, Post Age, New Post Post… negli ultimi vent’anni c’è stato comunque un ritorno, o, forse, occorrerebbe dire un inizio di interessamento alla teologia, nel senso di studiare i testi biblici e le loro interpretazioni più o meno dogmatiche o teologiche. Lo dimostrano, in ambito cattolico italiano, i veri e propri assalti alle facoltà teologiche da parte di un pubblico ”laico”, oppure a corsi di altro livello di tipo biblico e teologico. Certo, percentualmente i numeri restano bassi, ma rispetto a quelli precedenti la cosa è notevolissima e dimostra una ricerca, in ambito ”religioso”, di strumenti e percorsi seri, di studio, critici. Non mi pare che in ciò ci sia una contrapposizione fra fede e sapere, quindi, bensì una ricerca sia di fede sia nel sapere.

 

MF. Dici bene, ‘inizio di interessamento’, e comunque su numeri bassi, in élites. Questo può far pensare. Per secoli si è sentita la messa in latino, e quasi nessuno capiva niente. I cattolici, poi, non hanno mai letto la Bibbia. E tutti si credevano credenti. E lo erano, ma come fatto culturale (il pesce al venerdì, la confessione), non come convinzione o cognizione rispetto a ciò che si crede. Al punto che la stragrande maggioranza dei credenti non riflette sul fatto che teologicamente il cristianesimo è mille volte più irrazionale dell’Islam e dell’Ebraismo (anzi, curiosissiamente i cristiani sono convinti di essere loro più razionali, e gli altri più primitivi). Non è una immagine un po’ desolante?

 

2. La decisività della figura mediatica papale. Negli ultimi capitoli abbandoni un po’ il registro precedente, a tratti ironico, ma sempre tenuto su di una seria e coerente ricerca e discussione argomentativa, per dare mi pare troppo spazio persino al sarcasmo o comunque alla ricerca dell’effetto paradossale. Non che io sia un difensore della sacralità papale, né di Ratzinger in particolare, né che mi compiaccia delle folle oceaniche…, ma mi pare che tale sezione del libro rischi di screditare la precedente. Hai affrontato con sincera partecipazione gli interrogativi principali della fede cristiana, cioè la divinità del Cristo e la sua resurrezione. E’ ciò che innanzitutto ho apprezzato moltissimo del libro, rilevandone il tratto della tua altrettando schietta ricerca filosofica, sincera sino all’ingenuità. Temo però che soprattutto la parte finale del testo, infine faccia propendere i tuoi lettori per una interpretazione del libro nel senso di una mera ricerca ironica, talvolta parodistica. Sia che i lettori siano agnostici o anticattolici, sia credenti o cattolici integrali.

 

MF. Caro Francesco, la verità è che è difficile non scrivere satire. Nel momento in cui Giovanni Paolo II si mette in testa un copricapo da pellerossa, nel momento in cui Ratzinger va a Auschwitz, lo considera un martirio cristiano, e tira fuori la storia dei ‘tedeschi ingannati’, che cosa devo pensare? Cosa vuoi, a me piaceva Paolo VI, altro stile (e un’altra chiesa, anche se poco prima hai Pio XII, che ha firmato due concordati, uno con Mussolini e l’altro con Hitler). In ogni caso: che i sovrani debbano essere realisti, e talvolta sfrontati, mi pare inevitabile, è una legge della politica. Ma questo non dovrebbe suggerire, al credente, che una figura come quella del Papa non avrebbe che da guadagnarci, anche in dignità, a tenersi lontano dalla politica? Ma forse hai ragione, sono un ingenuo. Così va il mondo, e non c’è niente da fare.

 

Veniamo invece alle questioni centrali e decisive che tocchi, affrontandole con coraggio e incisività.

1. Il merito principale che a mio avviso dimostri è quello di porre interrogativi dove i più non li pongono (più). Come giustamente dici, sulla questione della resurrezione della carne (ma se non erro nel nuovo testamento si parla espressamento di corpo, più che di carne, il quale poi può interpretarsi anche solo come ”corpo spirituale”; cfr. 1 Corinzi, 15, 44), nonché sull’esser figlio di Dio da parte di Gesù Cristo, personaggio storico riconosciuto quasi unanimemente. Hai sicuramente ragione rispetto alla stragrande maggioranza dei ”fedeli”, nonché rispetto a gran parte della stessa dogmatica cattolica e dottrina della chiesa. Tuttavia non tieni presente la riflessione teologica e l’elaborazione biblico-filologica degli ultimi due secoli. Certamente, non è stato questo il tuo obiettivo. Però mi pare che il tuo scopo non sia solo quello di mostrare le contraddizioni e il risultato ironico di una coerente esposizione delle verità dogmatiche a cui si rifà la popolazione credente e la dottrina ecclesiale, ma anche di voler ragionare direttamente tu, con i tuoi strumenti e convincimenti filosofici, sulle questioni della risurrezione e della divinità di Gesù Cristo. Insomma, ai miei occhi sembra che tu non solo provi ad essere papista, per evidenziarne le incongruenze, ma sia più papista del papa, proprio nel trattare con una qual certa similare concezione realistica della realtà e razionalistica della ragione le stesse questioni, benché poi rifiutando ciò che i papisti accettano per fede.

 

MF. Come interpreteresti, allora, il fatto che Cristo mangia un pesce? Come una prova del fatto che il suo corpo è spirituale? A me sembra un arrampicarsi sugli specchi. Cristo avvalora il suo messaggio dicendosi re di Israele, richiamandosi a profezie, lamentandosi con Dio perché lo ha abbandonato, risorgendo, ridiscendendo prima a mangiare il pesce garantendo che non è un fantasma, poi facendo parlare tutte le lingue agli apostoli, e tutto questo sarebbe da interpretare diversamente, non realisticamente, come una allegoria? Ma allegoria di che, santo cielo? Talvolta, si direbbe, come allegoria del suo contrario, o di qualsiasi cosa uno abbia in mente in quel momento. Tanto per dire, anni fa Ratzinger ha detto che probabilmente bisogna concepire l’immortalità come l’eterno ritorno di Nietzsche. Ti rendi conto? Proprio la dottrina anticristiana per eccellenza, quella che trasforma la morte di Cristo in croce in una gag ripetuta all’infinito… Alle volte mi chiedo proprio dove abbia la testa la gente quando parla.

 

2. Nel credere cristiano, non si tratta di stabilire ”Che cosa” si creda, bensì ”Chi” creda e in ”Chi” egli creda. Gesù non risponde a Pilato, tace, quando questi gli chiede: ”Che cos’è la verità?” (Giovanni, 18, 38). Egli stesso chiede ai suoi (come tu stesso richiami): ”E voi chi dite che io sia?” (Matteo, 16, 15; Marco, 8, 29; Luca, 9, 20). Ciò mi fa propendere per una ermeneuticità personalistica indicata e vissuta da Gesù. Non devo certo spiegare a te l’ermeneutica, ma mi pare che qui si aprano interrogativi e percorsi difficilmente evitabili. Senza contare che Gesù non scrisse nulla e presumibilmente parlasse in aramaico. Gli evangelisti hanno infine scritto in greco (ma non è certo che lo abbiano fatto sin dall’inizio). Giovanni non è i sinottici, che nemmeno sono poi così coerenti fra loro. San Paolo è quello che è, non certo tale e quale ai vangeli, e basterebbe pensare a quanto ne dice Nietzsche, corroborato dall’amico Overbeck: se non avesse abitato nella stessa casa a Basilea!

 

MF. Le tue giustissime considerazioni, nonché l’appello all’ermeneutica, sembrano suggerire quello che  penso anch’io, e cioè che di tutta questa storia di Gesù Cristo sappiamo troppo poco. Magari tutti i dogmi sono il risultato di errori di traduzione, o di trascrizione, come in una novella di Borges. E, quanto a Cristo, con gli strumenti che abbiamo per accertarne l’identità, i costumi, l’onestà e la credibilità, non ci sono evidenze sufficienti neppure per concedergli un mutuo. E invece è stata costruita una chiesa, che poi, in base a che cosa uno credeva, ha anche ammazzato della gente. Poiché ti richiami all’ermeneutica, poi, c’è un problema che ti vorrei sottoporre. L’ermeneutica è infinita, non sapremo mai il vero senso di un testo, ecc. Però le decisioni umane sono finite, concrete e non vaghe: il cattolico può fare certe cose e non altre. Per esempio, non deve andare a votare al referendum per la fecondazione assistita, per far mancare il quorum. Come si concilia tanta indeterminatezza ermeneutica con tanta determinatezza (e determinazione) pragmatica?

 

3. ”Ora è il giudizio di questo mondo” (Giovanni, 12, 31), ”il regno di Dio dentro di noi”, ”oggi sarai con me in paradiso” (Luca, 17, 21; 23, 43), ”io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (Giovanni, 11, 25-26) non dicono forse che ora, in noi, nella eventuale fede in Cristo, è – o non è – la resurrezione? Piuttosto che in un al di là cronologicamente procrastinabile? E se Gesù è figlio di Dio, non lo sono anche i fratres e gli amici a lui ispirati, tuttavia in un personale percorso di figliolanza – a Dio?

 

MF. Dobbiamo pensare che i Papi che ci parlavano di Inferno, Paradiso e Purgatorio ci ingannavano, o non sapevano quello che dicevano? E perché mai solo adesso avremmo capito il senso di parole pronunciate duemila anni fa?

 

4. Non possiamo leggere questi differenti testi sorti da una frequentazione con la persona storica Gesù di Nazareth senza una collocazione ermeneutica. Cosa che troppo spesso fanno le dottrine ufficiali delle chiese ed i papi. Spero non i filosofi, che altrimenti diventerebbero, loro malgrado, più papisti dei papi.

 

MF. Dunque non credi nella infallibilità papale in materia dogmatica? Allora sei un eretico. Te lo dico sine ira et studio. E poi a me piacciono quelli più papisti dei papi, più realisti del re ecc., sono persone serie e coerenti. Gli altri (meno papisti dei papi, memo realisti dei re) mi sembrano nel migliore dei casi dei pasticcioni, nel peggiore dei furfanti.

 

5. Mito o metafora non sono realtà diverse dai fatti, dall’oggettività, di origine anch’essi metaforica, magari con il tempo e la consuetudine obliata. I fatti fisici sono essi stessi metaforici e meta-fisici, come non c’è spiritualità che non sia anche materiale e incarnata.

 

MF. E dunque useremmo sistematicamente a sproposito le parole? Se io ti do 10 euro e ti dico che sono metaforici, che cosa pensi? Semplicemente, che son falsi. Se io depongo in tribunale e dico che quello che racconto è un mito, non mi denunciano per falsa testimonianza?

 

6. La questione eckhartiana del Dio al di là dell’essere, che non sia ente, nonché la tua affermazione che non ci sia entità senza identità, mi pare filosoficamente la centrale. Ed è proprio quella sulla quale più ho orientato le mie ricerche filosofiche e teologiche. Parallela a quella dell’infinito attuale, della possibilità di una realtà infinita, che è poi la classica idea di Dio, o l’infinito di Lévinas. Benché vi sia un’identità fra ragione e reale, fra pensiero ed essere, senza della quale nulla sarebbe conoscibile, tuttavia tale identità non dipende né da una paradigmaticità del pensiero né dell’essere, a discapito dell’altro, meramente passivo, bensì funziona nella sua continua circolarità anche se pensiamo al reale come qualcosa, qualcuno, o più che cosa e più che uno, uno-uno direbbe (forse) Platone, di ancora più grande di tale identità circolare. In essa stessa possiamo pensare a ciò che la ecceda, senza identificarlo con essa né con un solo lato della sua inscindibile duplicità. E’ questa l’idea di infinito o di Dio come al di là dell’essere. Solo la imprescindibile simbolicità del linguaggio, di ogni linguaggio, la può indicare, proprio in quanto la finitezza linguistica ne dichiari evidentemente l’ulteriorità nel momento stesso in cui la significhi.

 

MF. Immagina che ti dicessi: ‘no, Dio non è quello che dici tu, è il signore alla sua destra’ oppure ‘abita a Savona’. Tu che argomenti avresti per dirmi che il dio vero è il tuo e non il mio?

 

7. Credere e sapere, infine, non sono alternativi. Qui lo stesso magistero cattolico, con la lettera enciclica di Giovanni Paolo II, Fides et ratio, ha avuto un’apertura non indifferente. Nel capitolo 13, ad esempio, si parla della fede nella rivelazione come evidenza di un mistero da indagare, non da mantenere misterioso o denudato, che esige quindi la libertà del fedele, intesa come libera ricerca e sapere, singolare. Già Marco 9, 24 diceva: credo, adiuva incredulitatem meam.

 

MF. Dici ‘lo stesso magistero cattolico’ come diresti ‘persino loro’. E perché si sono svegliati così tardi? Semplicemente perché l’umanità progredisce, e a un certo punto non ce la fa più con le storie misteriose. Non ti pare?

 

Grazie per tutte le riflessioni che hai saputo suscitare in me , per gli interrogativi che qui ti pongo un po’ frettolosamente e quasi alla rinfusa. Confido che il libro possa sollecitarne almeno altrettanti nei lettori.

Cuneo, 11 novembre 2006

Un carissimo saluto. Francesco

 

Grazie a te per aver speso tanto tempo, e tanta benevola attenzione, sulle mie cose.

New York, 14 novembre 2006

Un carissimo saluto a te. Maurizio

 

Caro Maurizio,

ho letto con interesse le puntuali controobiezioni e riflessioni che con pazienza hai voluto apporre alle mie precedenti obiezioni o considerazioni svolte a partire dal tuo ”Babbo Natale, Gesù adulto”. Sono così ricche di spunti o sollecitazioni, anche provocatorie, che sarebbe senza fine seguirle dettagliatamente. Inoltre penso che faccia parte della capacità di dialogare ascoltare l’interlocutore anche senza dover sempre replicare, fino in fondo, perseguendo una ragione univoca. Scelgo allora di fare ancora una breve considerazione generale, che forse può rendere meglio l’ottica del mio modo di pensare, in base alla quale le varie questioni affrontate possono risultare più chiare senza doverle riprendere singolarmente, salvo qualche riferimento specifico.

1. Tutte le mie affermazioni rientrano in una prospettiva ermeneutica di tipo veritativo. Per la quale ogni singolo discorso o interpretazione è vero, pienamente vero nella sua stessa individualità, però ad una duplice condizione, cioè che mostri esplicitamente i propri limiti, le proprie pregiudiziali peculiarità, nonché si rivolga interpretativamente alla verità interpretanda come ad una dimensione di senso sempre ulteriore, mai oggettivata e definita una volta per sempre benché posseduta, incarnata, interpretata pienamente, ma appunto in quanto inesauribile, cosa che a sua volta comporta ricerca continua, sempre ancora da approfondire benché di volta in volta compiuta, finitamente impersonata. Questa prospettiva non è che una riformulazione della concezione ermeneutica di Pareyson, come ben sai. Con alcuni approfondimenti o variazioni, dovuti soprattutto alle mie frequentazioni di Schelling e Nietzsche.

2. La conseguenza linguistica e assieme ontologica di ciò è che solo un linguaggio simbolico, ri-velativo (che dice e nasconde, o meglio né dice né nasconde, ma significa, come disse Eraclito), riesca a determinare il singolo ente senza assolutizzarlo a discapito di altri e assieme senza rinunciare a dirlo, a coglierlo come significativo. Proprio perché pienamente fisico e tangibile, inequivocabilmente finito e caratteristico, singolare, il simbolo può significare una dimensione ulteriore a sé tuttavia mostrabile in sé e conferentegli significato, ma in quanto diversa, non oggettivabile e determinabile univocamente e definitivamente da esso.

3. Il linguaggio evangelico e di Gesù Cristo per quanto ne evinciamo dai Vangeli è di questo tipo, simbolico, parabolico, ri-velativo. Anzi, il linguaggio in genere è tale, anche quando pretenda l’oggettività scientifica, l’universalità concettuale, l’inequivocità o altro ancora. Riconoscerne dunque la simbolicità comporta sì uno sminuirne le pretese e ammetterne la finitezza, ma anche comprenderne le capacità potendone quindi realisticamente fruire. Non significa proprio anche questo l’affermazione del prologo giovanneo ”ho logos sarx egeneto” (Giovanni, 1, 14)? E’ questa la razionalità del cristianesimo, il farsi carne della ragione, e solo attraverso la personale incarnazione, interpretazione, poter essere universale, veritativa. Dunque sempre in ricerca, in ascolto, pur di volta in volta pienamente autentica se umilmente riconoscente i propri limiti e assieme esposta ad una dimensione più grande, presente ma non finitizzabile in modo oggettivo, definitivo. Tale dimensione misteriosa benché rivelata, presente ma ancora da ricercare e personalmente interpretare ”è” il Dio cristiano: inoggettivabile e interpretabile ri-velativamente, nella ricerca personale di ciascun singolo. Ma se non idolatrizzati, cioè resi oggetti di fatto finiti, costrutti di origine antropomorfica, tutti gli dei, ciascun unico Dio invisibile di ciascuna religione è tale. Ogni religione ha una componente mistica, che comporta l’inoggettivabilità di Dio e conseguentemente una critica degli idoli, compresa la propria personale tendenza egoistica e fanatica. Dire che Dio è questo anziché quello, quello che abita a Savona o che venera il mio amico di Katmandù, sono ugualmente tutte idolatrie, cioè oggettivazioni di Dio. Occorre la critica mistica all’oggettivazione idolatrica di Dio. E assieme alla condicio sine qua non mistica, qualora mai venga abbandonata, come una trascendentalità intrascendibile criticistica, è allora possibile anche un dire simbolico, un esistere relazionale, che sia autorelativo e a un tempo anche eterorelativo, sia con altre finite autorelazionalità sia con un ambitus omnium irrelativo a cui inevitabilmente ogni autorelazione si apre facendo esperienza della propria finitezza, senza quindi relativizzarlo a sé.

Mi scuso con te e soprattutto con i lettori se in questo ulteriore intervento, per brevità e necessità di completezza sistematica (almeno rispetto alla precedente frammentarietà) sono stato un po’ troppo filosofico nel linguaggio e rapido nell’argomentazione. Ma in tal modo spero che il quadro interlocutorio precedente possa esser riletto sotto migliore luce.

 

Salerno, 16 novembre 2006

 

Un caro saluto. Francesco

 

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.