Sarcasmo violento e bieco affetto

Scambio con Francesco Sandroni

 

Caro prof. Ferraris,

anche se non è mia abitudine scrivere agli autori dei libri che leggo, non riesco a trattenermi dal farle alcune considerazioni sul suo libro Babbo Natale, Gesù adulto, in cosa crede chi crede, anche se non sono un filosofo, ma il libro non sembra indirizzato ai solo addetti ai lavori. Ho iniziato a leggere il libro con molte aspettative: mi considero un credente dubbioso, se mi passa l’ossimoro, cioè aperto alla ricerca dei fondamenti e delle aporie del cristianesimo. Ho pensato che un libro come il suo potesse, in qualche modo, essere di aiuto in questa ricerca. Mi sbagliavo. Ho trovato davanti a me, invece, un testo oscuro negli obiettivi, gratuito e pressappochista nelle affermazioni, parziale nelle verità e di un sarcasmo particolarmente fastidioso, quel sarcasmo violento proprio dei moralisti che deridono l’errante per correggere l’errore.

 

Quello che lei chiama ”sarcasmo violento”, io l’ho inteso come ”irriverenza”, che considero un atteggiamento intellettualmente legittimo, e quasi doveroso.

 

Iniziamo con ordine, però: oscuro negli obiettivi. Lei inizia dicendo che l’oggetto di analisi del libro è il ritorno delle religioni. Invece parla del presunto ritorno del cattolicesimo. In Italia. Perché questo è un fenomeno esclusivamente e tipicamente italiano.

 

La sfido a trovare un solo passo in cui io dico di parlare di ”ritorno delle religioni”, al plurale.  Si figuri cosa importa a me, delle ”religioni”. Il sintagma ”ritorno della religione” ricorre 11 volte nel libro (e una volta è il titolo di un capitolo), mentre ”ritorno delle religioni” non ricorre MAI. Preciso sempre che si tratta di una questione strettamente italiana, come del resto si capisce da ogni passo del libro. Qualche esempio fra i tanti:

P. 15. ”Soprattutto, non si sente parlare che di ritorno della religione, di revival della fede che, in Italia, sarebbe poi il Cattolicesimo”

P. 28 ”I credenti occidentali postmoderni – e soprattutto i cattolici, esentati dalla lettura della Bibbia –”

P. 30 ”questa è una situazione peculiare dell’Occidente cristiano postmoderno, e particolarmente di quello cattolico”.

P. 31: ”Ecco dunque lo stato della religione nell’Occidente postmoderno o, più modestamente, nell’Italia di Pera e di Ratzinger”

Ed è proprio su questa base che giustifico il ricorso a letteratura prevalentemente italiana.

 

 Mi chiedo se vale la pena leggere un libro che parla non di cosa crede chi crede in generale, ma a cosa crede un cattolico oggi in Italia.

 

Lei crede che si possa scrivere un libro che spieghi cosa si crede in generale? Che parli di cosa unisce la fede di un cattolico, di un animista, di un satanista? Si tratterebbe di un proposito assurdo, non trova?

 

Ma certo, mi rispondo, sarà pure provinciale ma vivaddio (sarà il caso di dirlo?) siamo italiani! Probabilmente era meglio dirlo prima, però va bene lo stesso.

 

Visto che lo dico nella prima pagina, temo che sia lei a non stare attento.

 

E allora avanti. Ecco che, leggendo ancora, ci si accorge che neanche la nuova vitalità del cattolicesimo italiano è l’oggetto del libro. Certo, si fanno affermazioni importanti sull’ignoranza di chi crede nelle cose che crede ma non è una vera e propria analisi. Non è corroborata da niente e da nessuno. Eppure analisi serie su questo argomento ce ne sono, anche abbondanti e non difficilmente reperibili. Avrebbe potuto citare queste. Ma non lo fa. E non lo fa perché, in fondo, a lei non interessa neanche questo, veramente.

 

Se lei ha abbondanti prove della cultura religiosa degli Italiani, le segnali, invece di evocarle. Se invece ha prove e analisi della loro ignoranza religiosa, ho ragione io e mi chiedo che cosa vada cercando.

 

Ma con chi ce l’ha, allora? Non ce l’ha neanche col papa. Certo, qualcosa bisogna pur dirgli. Ma lei per il papa ha simpatia, la stessa simpatia che ha Berlusconi per Bertinotti: è il nemico come deve essere, un vero comunista cioè, pardon, cattolico.

 

No, le assicuro, per poco che valga la mia opinione, per questo papa non ho proprio nessuna simpatia, e basta leggere il libro per capirlo.

 

Arrivati ai capitoli 6 e 7, però, tutto diventa chiaro, anche se non esplicito: Ferraris ce l’ha con i post-modernisti. Oh! Finalmente. Ci voleva tanto? Sono loro che hanno aperto le porte del pensiero moderno ad una fede secolarizzata, ad un cristianesimo apparentemente risorto ma annacquato dalla mancanza di conoscenza, ecc… Per inciso: è convinto davvero che se non ci fossero stati loro le cose sarebbero andate diversamente? O, invece, non confonde la causa con l’effetto? Comunque sia, nell’accusa ai post-modernisti non è Lyotard l’obiettivo: è solo un relativista. Non è neanche Rorty: è solo uno scettico. Ma allora chi è? Chi è che dopo lo stallo si rivolge allo spiritualismo, «riscoprendo il Cristianesimo o almeno lo spirito che galleggia sulle acque»? Gianni Vattimo? È lui l’obiettivo polemico del libro? Non faceva prima a parlarci direttamente, spostandosi di pochi metri dal suo ufficio, suppongo, invece di scomodare noi lettori facendo finta di voler dire altre cose?

 

Mah, calcolando che alla secolarizzazione è dedicato uno solo dei 12 capitoli del libro, mi chiedo su cosa appoggi la sua affermazione. Capisco che la gratuità ha a che fare almeno etimologicamente con la grazia, ma non può essere così gratuito e pressappochista nelle sue affermazioni. E poi, subito dopo, scrivere:

 

Gratuito e pressappochista nelle affermazioni.

 

Mi sembra che lei non scherzi, come si è visto, anzi, è un professionista. Ma farò il possibile per non cedere al cattivo esempio.

 

C’è una affermazione nel suo libro che è sicuramente marginale nell’economia del discorso ma significativa del metodo e clamorosa nella faziosità che la caratterizza. A pagina 28, dopo aver abbondantemente marcato sull’ignoranza dei ”nuovi” credenti dice: «non credo che insistere sugli insegnati di religione a scuola risolva le cose, soprattutto perché non è detto che gli insegnati abbiano le idee più chiare degli allievi». A dire la verità, insistere un po’ sugli insegnati di religione o, almeno, su di un qualche insegnamento scolastico di ”cultura cattolica”, poteva sembrare una conseguenza logica delle sue affermazioni. Se lei afferma che, invece, non vale la pena farlo avrà pure dei buoni motivi. Quali? I ricordi di quando (quando?) andava a scuola. Non solo, ma a conferma di questo cita anche e niente meno che i ricordi, sempre scolastici, di un suo amico. Complimenti! Dovrei essere convinto?

 

Io andavo a scuola negli anni Sessanta, essendo nato nel 1956. Crede che nel frattempo siano cambiate le cose? Che gli insegnanti si siano istruiti? Tanto per dirne una, Ratzinger ha detto qualche anno fa che la Resurrezione è da paragonarsi all’Eterno Ritorno di Nietzsche. E lui era l’ideologo, si figuri gli altri.

 

In questo modo, però, per affermare in maniera ”credibile” che gli insegnati di religione ne sanno meno degli allievi c’è bisogno di adottare uno statuto epistemologico troppo post-popperiano (post-falsificazionista, post-verificazionista e infine post-scientifico: che sia anche post-moderno?) per essere accettato.

 

Io dicevo solo: quel bravuomo del mio insegnante di religione che sosteneva che il Cristianesimo è la più antica delle religioni. Un argomento futile (l’antichità non è di per sé un merito) e falso anche agli orecchi di un bambino (visto che lo stesso professore sosteneva che gli Ebrei c’erano prima di Cristo). Cosa devo fare? Un’indagine a tappeto sull’ignoranza umana?

 

Immagini se lo stesso criterio venisse adoperato nella lettura del suo libro: che giudizio dare dei docenti universitari? Un branco di faziosi pressappochisti?

 

Ehilà, lei qui passa all’insulto, come si permette? Sinora non uno solo dei suoi argomenti è apparso vero. Fazioso pressappochista, ”mi consenta”, sarà lei.

 

A me sembra decisamente migliore (rispetto al suo, s’intende) il ”protocollo sperimentale e il regime di prove” prodotto da Paolo per la resurrezione di Gesù.

 

Anche a me. E infatti Paolo dice che Cristo è apparso a lui, come prova, oltre che ad altri. Io dico che a me non è apparso Cristo, ma un insegnante di religione che sosteneva che il Cristianesimo è la più antica delle religioni.

 

Nel resto del libro, poi, è un costante richiamo a questo metodo: ogni volta che lei fa delle affermazioni che non sono strettamente logiche, ma legate a dei riferimenti storici o sociologici (prima tra tutte quella che dice che i nuovi credenti non credono che Gesù è risorto, ed è una delle affermazioni basilari dell’intero libro, e seconda tra tutte quella che afferma l’esistenza di questi nuovi credenti), non le fonda su nulla e al lettore non rimane che un atteggiamento di ”fede” nei loro, anzi, nei suoi confronti.

 

Senta, mi spiega perché c’è tutta questa corsa verso la medicina? Se la gente credesse davvero nella resurrezione, non converrebbe piuttosto perfezionare le preghiere? Lei stesso dice che va a fasi alterne, e dunque devo pensare che in certe fasi non ci crede.

 

Parziale nelle verità. La sua tesi è che i fantomatici nuovi cristiani non sanno in cosa credono ma se anche lo sapessero, cioè diventassero vecchi cristiani, si accorgerebbero di credere in cose incredibili: miracoli, resurrezione,… E allora? Chi ha detto che non si può credere alle cose incredibili?

 

La logica: è incredibile, dunque non ci credo.

 

A me dà l’impressione che lei confonda la fiducia con la fede. Io credo, nel senso che mi fido, in quello che è scritto in un quotidiano soltanto se se è credibile, cioè se le sue notizie sono coerenti con il senso comune, con la mia esperienza e con la mia conoscenza: se dà notizie di miracoli e resurrezioni di morti, cioè di cose incredibili, è legittimo avere qualche dubbio (vedi, nella realtà, gli oroscopi). Ma quando si ha a che fare con cose che riguardano il senso della vita, il perché della morte, della possibilità di un’esistenza dopo la morte, cioè se si ha a che fare con cose religiose, allora l’unico atteggiamento credibile è credere in cose incredibili.

 

Dunque, se il giornale le dice che la Madonna è apparsa a Fatima, lei non ci crede. Ma se glielo dice il Papa, lei ci crede. Però, ci faccia caso, se è il giornale che le dice che il Papa sostiene che la Madonna è apparsa a Fatima, cosa fa, non ci crede e telefona al Papa?

 

È la natura della religiosità, non solo del cristianesimo, quello di essere incredibile.

 

Prenda l’Ebraismo, tanto per fare un esempio. Non ci sono i santi, la vergine madre, la trinità, la resurrezione, Maria in cielo e il papa infallibile… Suvvia! Il fatto che lei abbracci una fede particolarmente irrazionale non la autorizza a calunniare le altre.

 

Chi affiderebbe la salvezza dai propri limiti a qualcosa di razionalmente limitato? Pensi se il sacro di Otto o le ierofanie di Eliade fossero credibili quanto sarebbero poco misteriose, tremende ed affascinanti.

 

Guardi, le ierofanie gliele lascio tutte. Certi spettacoli forti mi danno fastidio.

 

Altro discorso è la presunta storicità dell’evento incredibile. La resurrezione di Gesù, come le parole di Dio a Maometto o l’alleanza con il popolo d’Israele sul monte Sinai dopo la liberazione dalla schiavitù d’Egitto (ma queste ultime cose a lei non interessano, forse perché Vattimo crede di credere nel cristianesimo e non nell’islam o nell’ebraismo), sono eventi incredibili che le rispettive religioni affermano essere storicamente accadute. Un rapporto sereno con le scienze moderne, in questo caso con l’analisi storico-critica, necessita in chi crede un’apertura di ”credito” nei confronti dei risultati di queste scienze fino alla possibilità della confutazione della propria fede ma le scienze moderne devono, a loro volta, riconoscere, fino a prova contraria, la possibilità dell’incredibile.

 

La invito a considerare la gravità della sua affermazione. Il credente, a questo punto, dovrebbe credere sia a Cristo sia a Maometto, per l’ottimo motivo che sono incredibili, e lo scienziato non dovrebbe dir motto in materia.

 

Finché i vangeli, almeno quelli canonici, non fanno la stessa fine della ”falsa e menzognera donazione di Costantino”, per dirla con Valla, o del più recente ma non meno menzognero ”Protocollo dei savi di Sion” o dei vari Codici da Vinci, la fede nel Cristo risorto è una cosa possibile, anche se giustamente incredibile.

 

Guardi che quella fine, i Vangeli, l’hanno fatta da tempo, è solo che lei non si è informato. Mi sembra un po’ come un giapponese sull’isola. Ora, vorrei informarla: la guerra è finita, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, per la critica storica, ha lo stesso valore che la donazione di Costantino, e così pure la resurrezione.

 

C’è poi la questione della resurrezione di Gesù e dei miracoli. Lei insiste spesso, anzi sempre, sulla resurrezione di Gesù come fondamentale nell’esperienza religiosa cristiana. Ed è vero. Ma essa è, di nuovo, una verità parziale. Quando Paolo dice che «se Gesù non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede» dice il vero, evidentemente, ma la fede sarebbe stata egualmente vana se Gesù fosse ”solamente” risorto.

 

D’accordo. Ma, intanto, per poco che sia (secondo lei!), è anche ”solamente” risorto? Noti che questo ”solamente” fa un po’ sorridere, non mi sembra che risorgere sia un gioco da ragazzi.

 

Provi ad immaginare se mio nonno risorgesse oggi dai morti: sarei certamente contento per lui e lo sarei anche per me, è tantissimi anni che non lo vedo, ma la sua resurrezione sarebbe un ”fatto” che non ha significato religioso.

 

Guardi che se suo nonno fosse risorto, e soprattutto se fosse davvero risorto, tutto l’assetto di tutte le religioni nel mondo sarebbe cambiato. E suo nonno sarebbe il nuovo uomo-dio, che annulla tutte le religioni precedenti, e verrebbe portato in trionfo su tutte le tv. Non sottovaluti suo nonno solo perché è suo nonno…

 

È la resurrezione di Gesù che lo ha, invece, perché è l’atto conclusivo di una vita spesa a rendere significativa una speranza. Il cristianesimo non basa la propria fede su di un semplice ”fatto oggettivo miracoloso” ma basa la propria fede su di un ”soggetto”, Gesù di Nazareth, che ha avuto delle relazioni significative con delle altre persone e la significatività di queste relazioni hanno avuto il loro sigillo, il loro completamento e compimento nella morte da vittima innocente (è bene non dimenticarlo) e poi nella resurrezione.

 

E come mi spiega allora che Paolo dica che se non fosse risorto la fede sarebbe vana? Guardi che Paolo queste cose che lei dice a proposito di Cristo le sapeva benissimo. Eppure diceva che se non fosse risorto non contavano niente. Credo che avesse ragione, e lei, a voler imbrogliare le cose, finirà per cadere nell’eresia.

 

Considerandola come semplice ”fatto oggettivo”, cioè isolandola dalla relazione soggettiva (nel senso di relazione tra soggetti) che le dà significato, lei fa diventare la resurrezione un ”feticcio”, ma al gioco dei ”fatticci”, come dice Bruno Latour, la resurrezione di Gesù sembra non giocare.

 

Qui non riesco a capire quello che ha scritto, ma saprà lei, e magari mi spiegherà un’altra volta.

 

I miracoli stessi, poi, proprio nei vangeli vengono visti come segni rappresentanti una salvezza, una liberazione che va oltre gli stessi eventi miracolosi: sono significativi perché li fa Gesù e non è Gesù che acquista significato perché fa miracoli.

 

Provi a pensare il contrario. Gesù che dice: ”adesso cammino sulle acque”, e sprofonda; dice ”adesso moltiplico pani e pesci”, e non succede niente; dice ”tramuto l’acqua in vino”, e di nuovo niente. ”Alzati e cammina”, e quello sta lì, stecchito…

 

Nei vangeli si sottolinea proprio che i miracoli, se presi in sé stessi, sono ambigui e facilmente male interpretabili e si critica fortemente chi segue Gesù per il desiderio miscredente di segni meravigliosi, degradati a spettacolo sempre a portata di mano. Guarda caso, i vangeli sono proprio d’accordo con quello che lei afferma al capitolo 9: l’aumento della tecnologia non comporta un aumento della conoscenza scientifica, quindi le folle che corrono dietro ai miracoli non aumentano la fede.

 

Ma i Papi che insistono sui miracoli e fanno santi a tutto spiano, prelevandoli addirittura tra i sostenitori degli Ustascia, non è che con quelle folle flirtino un po’?

 

Ed ora veniamo al Papa. Lei afferma che in un paese cattolico chi crede deve credere in qualcosa di visibile, e quindi crede nel Papa, sempre presente in televisione. C’è molto di vero nella premessa ed anche nel passaggio alla conseguenza. Ho l’impressione però che la verità della conseguenza sia solo frutto della contingenza storica e poco dell’essenza della visibilità. Se il Papa oggi ha il monopolio della visibilità lo ha da pochi decenni. E prima in cosa credeva chi credeva?

 

Prima il Papa si serviva di altri mezzi, inquisizione, alleanza con gli stati reazionari (”Santa Alleanza”) ecc. Erano eccellenti modi per far sentire la sua voce, e in tanti casi anche il suo bastone. Per fortuna hanno inventato la tv!

 

Proviamo ad ascoltare cosa dicono i cattolici, quelli consapevoli, i vecchi credenti, e cerchiamo di capire se è ragionevole la loro affermazione. Essi dicono (e qui, per non cadere nel suo errore di metodo, fondo queste affermazioni traendole da qualsiasi manuale di teologia fondamentale o, perché dicono sostanzialmente la stessa cosa, dalla costituzione conciliare Dei Verbum sulla divina rivelazione del Concilio Vaticano II o, ancora meglio, dal Catechismo della Chiesa Cattolica che mi sembrano abbastanza autorevoli per sapere cosa dovrebbero sapere i cattolici)

 

A proposito della parentesi: è come se lei pretendesse di dimostrarmi che gli Italiani conoscono benissimo l’algebra usando come prova il fatto che esistono manuali di algebra…

 

che la visibilità della loro fede è la Chiesa, la comunità dei fedeli, nella quale il Papa è una componente importante quanto vuole ma certo non la esaurisce.

 

Provi a immaginare una Chiesa cattolica senza papa, e capirà quanto problematica sia la sua affermazione.

 

E la comunità dei fedeli non è qualcosa di astratto, di fumoso, di postmoderno, è la realtà delle relazioni dinamiche di una comunità vera: è quel prete, quel catechista, quel volontario della Caritas, il mio gruppo di preghiera.

 

Okay: ma la somma che cos’è? Appunto qualcosa di astratto, di fumoso, di postmoderno.

 

Anche in questo caso non è un ‘oggetto’ ma un ‘soggetto’ collettivo e le sue relazioni significative a rendere visibile la fede cristiana.

 

Io non ridurrei il cristianesimo a un fenomeno di psicologia delle masse… Ma se lei preferisce credere che sia così, è una sua scelta e l’ha detto lei, non io.

 

Collegato a questo discorso c’è poi l’affermazione del sapere per credere. Sono d’accordo con lei che, soprattutto oggi ma credo anche nel passato, non si può credere senza sapere. E se sapere è solamente conoscenza intellettuale allora ha pienamente ragione lei: i presunti nuovi cristiani, sempre che credano senza conoscenza cosciente e consapevole, sono falsi credenti. Ma il sapere si riduce a sola conoscenza intellettuale?

 

Il sapere, sì. Lei ”sa” coi piedi, per caso? No, lei sa con il cervello, penso. Cioè con l’intelletto, se non sbaglio.

 

A me sembra abbastanza evidente che se la fede cristiana si costruisce su di una relazione allora il sapere sarà un sapere esperienziale, dinamico, aperto, mai oggettivabile definitivamente.

 

Ci risiamo, mai oggettivabile ecc. ecc., dinamico ecc. ecc. Ma quando si tratta di far mancare il quorum al referendum, allora si va giù precisi e oggettivi.

 

Non è detto che i suoi nuovi cristiani, sempre che siano poi così diversi dai veri vecchi cristiani, anche se non sanno dire precisamente in cosa credono non siano cristiani lo stesso: forse sono in cammino, forse non hanno le categorie per rendere esplicito ciò che in loro è implicito, forse altro ancora.

 

Come dire: in fondo, chi se ne frega? Basta che facciano numero. L’aritmetica è l’ossessione cattolica.

 

La realtà del ritorno del cattolicesimo in Italia è una realtà molto più complessa di quella che vuole farci apparire lei nel suo libro, la cui semplificazione è evidentemente funzionale non alla conoscenza ma alla bieca avversione polemica.

 

”Bieco” sarà lei, la invito a moderare i termini.

 

Ci sarebbero anche altre cosa da aggiungere ma non vorrei togliere troppo tempo al suo lavoro. Devo dire che, nei miei confronti almeno, il suo libro ha avuto il merito di confermarmi nella fede cristiana, anche se ho l’impressione di non potermi mai distanziare definitivamente e con successo dall’abisso della mancanza di fede. Mi conforta che, per la stampa del libro, non siano stati tagliati alberi (sempre che sia vero quello che c’è scritto nel retro di copertina).

Con affetto,

 

Francesco Sandroni

 

Fermo, li 26 novembre 2006

 

Ecco, io non capisco come una persona possa dire ”bieco” e poche righe dopo congedarsi ”con affetto”. Misteri della fede, che lascio tutti a lei, almeno quando nella sindrome bipolare che si diagnostica inclina per il credere invece che per il non credere.

 

Maurizio Ferraris

 

New York,  26 novembre 2006

 

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