Cattolicesimo politico

Con Sandra Petrignani

 

Petrignani. Sono rimasta francamente sorpresa della furia che ho trovato in alcuni articoli contro il suo libro. Che ragione se ne è fatto? (non mi sembrano ragioni dottrinali…)

 

Ferraris. Forse ho colto nel segno, ho toccato e irritato un cattolicesimo politico che fa spazio agli atei devoti, che si trasforma in ideologia, e questo proprio nel momento in cui più nessuno crede ai dogmi. Infatti, gli attacchi provenivano sistematicamente da giornali legati al cattolicesimo politico: e non parlo solo dell’Avvenire, ma anche del Foglio, e del Giornale. Si sono sentiti punti sul vivo, diciamo pure ‘smascherati’. Invece, persone più interessate alla fede che non alla ideologia, più capaci di distinguere (e, diciamolo francamente, più preparate teologicamente e filosoficamente), come Enzo Bianchi sulla Stampa, o Roberta de Monticelli sul Manifesto, hanno avuto atteggiamenti ben diversi. Visto che siamo in tema, mi permetta una profezia. Il cattolicesimo politico crollerà, non la fede inquieta ed esigente. E temo che coloro che credono di raffozare il cattolicesimo trasformandolo in ideologia non sappiano nemmeno loro il male che fanno alla fede (non dico ‘alla loro fede’ perché, per l’appunto, non è detto che ci credano).

 

Petrignani. Non le sembra di aver sottovalutato i tanti «veri credenti» che, anche spesso in contrasto con il papa, sacrificano sul campo la loro vita in nome di Gesù? (penso a tanti missionari, per esempio)

 

Ferraris. Perché una azione umanitaria deve essere prerogativa dei ‘veri credenti’? Il fatto che si possa far del bene non dimostra di per sé che si è veri credenti, visto che si può fare tantissimo bene senza credere. Non dimostra nemmeno che si è più veri credenti di altri, che il bene non lo fanno, o che addirittura fanno il male.

Prendiamo i missionari: fanno un gran bene all’umanità (almeno adesso), ma dipende davvero da ragioni teologiche? È una prova che la loro è vera fede, e soprattutto che la loro fede è vera? Ci sono missionari laici, per esempio medici atei, che vivono e muoiono tanto quanto i missionari; e probabilmente missionari che sono diventati tali perché sensibili al male del mondo, e non al dogma trinitario.

Questo è ovvio, ma purtroppo non finisce qui. In effetti, il martirio non è come tale né prova del fatto che si sia compreso l’oggetto della fede, né che questo oggetto sia buono. Prendiamo le SS morte nella Battaglia di Berlino del 1945. C‘erano volontari venuti apposta per battere il bolscevismo, e consapevoli del fatto che tutto era perduto. Alcuni erano addirittura francesi. Dunque, abbiamo a che fare con un disinteresse assoluto (la guerra era persa e non difendevano casa loro), un totale sacrificio di sé, un obiettivo politico che in seguito molti, anche tra i cristiani, soprattutto tra i cristiani, hanno rilanciato come positivo (sconfiggere il comunismo). Eppure erano nazisti,  la loro causa era sbagliata e inumana, la loro fede aberrante.

 

Petrignani. Il diffondersi del più razionale buddismo ha secondo lei delle responsabilità nella perdita di fede cristiana?

 

Ferraris. No, questo processo viene da lontano,  e, per il Cristianesimo, inizia già con la Riforma protestante, che rompe con i riti e trasforma Dio in una questione di coscienza. Insomma, c’è una differenza tra Kierkegaard e Padre Pio: niente stigmate, niente infallibilità papale, niente santi, niente presenza reale di Cristo nell’ostia.

 

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