Pareyson, Vattimo e Francesco Giuseppe

Con Giandomenico Bonanni

 

1. Toglimi una curiosità: a che età hai smesso di credere a Babbo Natale e perché?

 

Non ci ho mai creduto. Credevo a Gesù Bambino. Ti racconto quando ho smesso di crederci. Una mattina, avrò avuto sei anni, ho visto il mucchio dei regali vicino al mio letto. A casa mia usava così, i regali non arrivavano sotto l’albero, ma accanto al letto, la notte.  Comunque, la luce che filtrava dalle tapparelle illuminava il mucchio. Quell’anno mi avevano regalato anche dei soldatini inglesi, ognuno era avvolto in un piccolo parallelepipedo di plastica, e, nella luce incerta, questo produsse un atroce miraggio: CARBONE! Sapevo che prima o poi sarebbe finita così, quest’anno Gesù Bambino mi ha portato carbone. Uno choc. Poi, una volta ripresomi, mi sono detto che non valeva proprio la pena di farmi tanti

patemi: sospettavo un po’ da sempre che Gesù Bambino non c’entrasse, mi sembrava oltretutto un po’ implausibile (come fa a portare così tanti regali a tanti bambini), e dopotutto mi piaceva di più pensare che i regali me li facessero i miei genitori e le persone che conoscevo, e che chiudevano un occhio sulle mie marachelle, tanto che, infatti, il carbone non l’ho mai avuto.

 

2. Tu sei andato all’università negli anni settanta, quando soprattutto tra i giovani la religione veniva considerata un fenomeno in via d’estinzione.

Ma ti sei anche formato in una scuola filosofica

– quella di Luigi Pareyson e Gianni Vattimo – fortemente influenzata dal pensiero cattolico. Come hai vissuto questa tensione? Che ricordi hai di quella stagione della filosofia torinese?

 

Premetto che io il liceo l’avevo fatto in una scuola religiosa, ma molto saggia e seria, il Collegio San Giuseppe di Torino, e ciò mi aveva permesso di essere ateo (apertamente) e primo della classe. Mi sentivo come Stephen Dedalus. Arrivato in università, mi sorprese che molti professori fossero marxisti (e io non lo ero) e cattolici (e io non lo ero). Ero stupito, non mi sembrava ovvio che le due cose potessero andare insieme, se erano prese sul serio. Detto questo, Pareyson quasi non l’ho seguito, era malato e faceva poco lezione, l’ho conosciuto meglio anni dopo, quando era in pensione e stava per lo più a Rapallo. Vattimo, invece, diceva che Dio era morto, e io, in buona fede, credevo che parlasse sul serio. Dunque, non c’era nessuna tensione, in me o fuori di me, rispetto al cattolicesimo. Io non ero cattolico, il mio professore non lo era, e comunque, a quell’epoca, la fede era spesso una questione privata, molto sofferta e spirituale, non era sbandierata come è successo dopo, e questo riduceva le possibili tensioni.

 

3. Tu sostieni che la cultura laica, in Italia, è sempre stata in minoranza.

La mia impressione è invece che in questo paese i cosiddetti laici soffrano di un vero e proprio complesso di inferiorità nei confronti della cultura cattolica. Il motivo è

semplice: donne e uomini di chiesa si sanno organizzare molto meglio – basta osservare con quale rapidità e competenza fondano e gestiscono scuole, ospedali e università. Insomma, non è che i cattolici hanno vinto perché sono più bravi?

 

Non direi proprio che abbiano vinto, e cosa, poi? Restiamo ai fatti. I cattolici hanno inventato l’estrema unzione, i laici la penicillina. Che poi siano più organizzati, questo non c’è dubbio, semplicemente perché hanno rifiutato programmaticamente tutte le pastoie che sono l’onore e l’onere della democrazia e della modernità. Il papa è un sovrano assoluto, i vescovi comandano e sono obbediti, le suore sono sottomese. Certo, sul piano della gestione, questo è molto conveniente. Ma è un po’ come l’alternativa tra monarchia e repubblica: la monarchia ha i suoi vantaggi, ma alla fine la repubblica è molto meglio. Vorrei inoltre farti notare una cosa a cui non sempre si bada a sufficienza: un mondo religioso senza laici è inimmaginabile, un mondo laico senza religiosi è immaginabilissimo. Non è che la bravura dei cattolici è un po’ parassitaria rispetto al mondo e allo stato laico?

 

4. Ammettiamo pure che, come tu sostieni, i cattolici credano solo nel Papa, un po’ come una volta si credeva in un buon padre di famiglia che alla fine prende sempre la decisione giusta. Come la mettiamo con i protestanti? A Lutero converrebbe obbedire al Papa, eppure lui non ne vuole sapere. Non perché sia un ribelle, ma perché ‘non può fare altrimenti’. In che cosa crede uno così?

 

In cose meno incredibili, anche se non necessarie. I protestanti eliminano la presenza reale di Cristo nell’ostia, il Papa, i santi. Hanno dato molto peso alla coscienza, a una voce, a un imperativo che  dice loro che non possono fare altrimenti. I cattolici, invece, confessano e perdonano. Quanto al buon padre di famiglia… Suvvia, siamo a Francesco Giuseppe, allo Zar di tutte le Russie…

 

5. Prendiamo altre due vittime illustri della Chiesa: Galilelo Galilei, che ritratta senza avere cambiato idea; Giordano Bruno, che insiste e arriva a farsi bruciare vivo. E’ forse questa la differenza tra fede e sapere?

 

Non sono sicuro di aver capito la domanda. A me sembra che la cosa interessante, nei due casi, non è la differenza di atteggiamento, di Galileo o di Giordano Bruno, ma l’uniformità di condotta della Chiesa come struttura repressiva della libertà di pensiero e di ricerca.

 

6. Mi pare, in ogni caso, che le tue riflessioni lascino aperta la questione dell’esperienza mistica, un fenomeno che ritroviamo in tutte le culture e in tutte le religioni e che viene sempre descritto in termini di dissoluzione della soggettività, distacco dal corpo, liberazione dalle passioni ecc. Qui non si tratta di fede, ma di evidenza sensoriale.

 

Infatti non mi riferisco alla mistica. Ma, come tu dici, la mistica si trova in tutte le religioni (e anche fuori delle religioni, pensa al peyotl quando non lo usa uno sciamano ma un turista), e dalla mistica non si arriva a una religione determinata. È solo una esperienza, interessante dal punto di vista psicologico, e come tale studiata sin dai tempi di William James. Ma dal fatto che io veda la Madonna non segue che la Madonna esiste, né soprattutto che debba far mancare il quorum a un referendum.

 

7. Il progresso scientifico, nel quale tu mi sembri credere, non è anch’esso una forma di fede?

 

Sì, certo. Così come è un atto di fede quello che mi fa pensare e sperare che, malgrado tutte le sue disgrazie e i suoi errori, l’umanità va verso il meglio. Ma questa, mi pare, è una speranza che non ha niente a che fare con la vicenda di un Dio incarnato e risorto, o di un Papa infallibile. Non ti pare? È un po’ come nella questione della mistica. Che ci siano certe disposizioni psicologiche nell’uomo non comporta che qualunque modo per rispondere a queste disposizioni sia buono, altrimenti dovremmo riabilitare Vanna Marchi.

 

8. Che rapporto aveva Derrida con la religione? Te lo chiedo perché oggi va mlto di moda rileggere la sua opera alla luce di un messianismo che mi sa tanto di surrogato postmarxista…

 

C’è una bellissima intervista che ha rilasciato due mesi prima di morire.

Diceva che non poteva rassegnarsi a morire, ma che d’altra parte non ci riusciva, non riusciva a realizzare l’ingiunzione filosofica per eccellenza.

Non riusciva però, nemmeno, a credere in qualcosa dopo la morte. Diceva, scherzando, che gli sarebbe piaciuta una resurrezione classica, con corpo e tutto, ma non ci credeva. Detto questo, non sarei così severo come lo sei tu con il messianismo. Indubbiamente, un elemento messianico c’era in Derrida, così come c’è in me e in ogni non credente non affetto da depressione grave.

È, per l’appunto, la speranza che qualcosa avvenga, che avvenga per il bene dell’umanità. Una speranza, non una certezza, non un credo. E una speranza che non ha bisogno di essere difesa a colpi di dogmi e di campagne d’opinione, oggi, e di roghi, una volta.

 

9. Fra qualche giorno è Natale? Lo festeggi o lo consideri un giorno come un altro?

 

Festeggio Natale con i miei cari, come fanno tutti da tanti secoli, anche da prima che Costantino decidesse di trasformare il giorno in cui si celebrava Mitra, sol invictus, nel giorno in cui si è deciso che sia nato Gesù.

 

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