Romolo e Remolo

Con Nicola Gaiarin 

Caro Ferraris, le invio qualche commento a Babbo Natale, Gesù adulto. Da non credente ho letto il suo libro con gran divertimento. Ho però l’impressione che sia un’occasione mancata. Il suo pamphlet serve più a chiamare alle armi (logiche, of course) i non credenti che a portare i credenti a dubitare. Tanto che ho l’impressione che la reazione del credente medio sia più vicina a quella espressa nella delirante lettera minatoria che le è arrivata che a quella, cordiale, di altri suoi critici. Provo a fare l’avvocato del diavolo (si può dire, in questo caso?)

 

Ferraris. Ostia, se si puo dire!

 

1. Se è vero che le sue argomentazioni sono stringenti, è anche vero che forse il punto della questione sta proprio in alcuni degli aspetti che – volutamente – lascia fuori. Voglio dire che il fatto di credere o meno forse ha che fare più con aspetti psicologici che con l’ontologia. Al punto che si possono fare affermazioni assolutamente paradossali, come quelle di Remo Bodei che, operando una lettura freudiana dei fenomeni religiosi (in un libro non a caso dedicato alle logiche del delirio), arriva a formulazioni di questo genere: ”La fede è l’equivalente della certezza nel delirio individuale, perciò il tasso di fede socialmente mobilitato cresce, appunto, proporzionalmente nelle zone di maggior pericolo e di minore plausibilità”. Frasi del genere – incredibilmente – possono essere portate a sostegno della necessità della fede. Il problema è che la ”mobilitazione sociale” di cui parla Bodei prevede la trasformazione in codice di condotta condiviso di quello che dovrebbe rimanere nella sfera del privato. E che quindi un delirio condiviso può sanzionare, ad esempio, la condotta sessuale delle persone.

 

Ferraris. Posso capire che nel momento in cui uno è chiuso in un pozzo o perso nel deserto si possano mobilitare delle speranze di salvezza, delle fedi. Ma mi chiedo  quale situazione limite spinga a credere tanti tranquilli cattolici, che magari la fede la tirano fuori solo quando si tratta di prendersela con gli immigrati. Se è per maltrattare gli immigrati non è delirio, ma interesse, razionale e anche un po’ abietto. Poi, mentre si infiammano a colpi di ‘Europa, ossia Cristianesimo’, gli chiedi lumi sulla Pentecoste, e loro tacciono. Va a capire…

 

2. Non sono così sicuro che i credenti, messi di fronte all’alternativa netta credi/non credi (ho provato in passato anch’io a fare gli exit poll sul ”Che cosa credi realmente”), finiscano col dire che alla resurrezione non credono. Semplicemente non ci pensano, si comportano come se sapessero che quel che credono è vero e sono disposti ad allargare la sfera di quello che credono ”realmente” di fronte a domande dirette. Se si chiede ad un cristiano ”credi che l’ostia sia effettivamente il corpo di Cristo”, e la posta in gioco della sua risposta è l’adesione alla fede,  temo che la sua risposta finale sarebbe ”Allora ci credo”.

Faccio una boutade: gli inquisitori credevano davvero a quello che un eretico sotto tortura diceva di credere? Non penso proprio che agli inquisitori (ne parlo prima che i giochi di prestigio degli storici cattolici li facciano sparire del tutto) interessasse il ritorno reale dell’eretico alla fede. A loro interessava la ritrattazione come atto sociale.

 

Ferraris. Infatti, questa è una caratteristica del cattolicesimo. Ai protestanti (che pure hanno un sacco di altri difetti, cose alla Dogville) interessa quello che succede nella coscienza, ai cattolici quello che succede fuori. Sono dei postmoderni nati, e infatti ultimamente si son letti fior di saggi a favore del cattolicesimo in questo senso. A me, per dirla con semplicità, paiono delle scemenze. E chi professa una fede solo pubblicamente mi sembra sempre un po’ lontano dall’ideale della persona perbene. Capisco che in  taluni casi possa essere una necessità per chi ha responsabilità politiche, ma per un privato cittadino e in circostanze del tutto normali è un po’ losco.

 

3. Molti usano la ”non logica” della fede in campi che esulano dalla sfera della religione. Non si può credere se non si crede in un ente definito (altrimenti si può credere che il Sarchiapone abbia creato il mondo), dice bene lei. Provando ad invertire la prospettiva, anche credere che da qualche parte di ci sia qualcosa come, ad esempio, la giustizia è qualcosa che crediamo senza sapere. Poco male, si potrebbe dire. Ma se vengo giudicato per qualcosa che ho fatto da un giudice che crede nella giustizia e non solo nell’oggetto sociale Codice penale, avrei un bel chiedergli di rinunciare a quello in cui crede o di arrivare ad una credenza condivisa: mi manderebbe in galera e basta. Credere che il Sarchiapone abbia creato il cielo e la terra è assurdo, ma anche andare in galera avendo davanti la scritta ”Il Sarchiapone è uguale per tutti” non è una prospettiva molto migliore.

 

Ferraris. Non sono sicuro che sia la stessa cosa. Dio o il Sarchiapone sono degli enti, la giustizia, la verità ecc., sono degli ideali, come tali irraggiungibili, e che servono come molle per l’azione. ‘Sii giusto’ è un imperativo che si capisce, ‘sii Dio’ no. O meglio, viene in mente la battuta di Woody Allen: ‘Credi di essere Dio?’ ‘Bisogna pure avere dei modelli nella vita’.

 

4. Una possibile replica al suo libro potrebbe essere l’accusa di eccessiva adesione alla lettera (come quando parla del Credo) del cristianesimo. Una delle strategie utilizzate dal cristianesimo (nella release cattolica, soprattutto) è quella del ”Credi senza credere fino in fondo o senza prendere troppo sul serio quello in cui credi”. Lo dice bene il prete dell’albergo di Todo Modo di Sciascia, di fronte allo stupore del protagonista che non capisce bene come gli esercizi spirituali dei notabili si possano conciliare con comportamenti che li contraddicono. Al che Don Gaetano risponde ”Ho l’impressione che lei ci creda più di me: che li prenda cioè alla lettera o nel significato originale, ignaziano … E del resto credo che il laicismo, quello per cui vi dite laici, non sia che il rovescio di un eccesso di rispetto per la Chiesa, per noi preti. Applicate alla chiesa, a noi, una sorta di aspirazione perfezionistica, ma standone comodamente fuori. Noi non possiamo rispondervi che inviandovi a venire dentro e a provare, con noi, ad essere imperfetti …” Come dire parla male dei preti perché nel tuo parlar male si rafforza la nostra autorità. Il prete che agisce come se non credesse è perfettamente all’interno della Chiesa. Forse ne è il fondamento.

 

Ferraris. Certo, i cattolici la sanno lunga; è un sapere che ricorda non tanto da lontano  (visto che si è in contesto-Sciascia) la saggezza del Padrino di Coppola. Personaggio grandioso e simpaticissimo, ma, detto questo, era un farabutto e un gangster che ha ucciso un sacco di persone. Da un punto di vista teorico, il ‘credere debole’ mi sembra problematico. Come diceva Wittgenstein, una proposizione come ‘finora non ho mai creduto in Dio’ ha un senso, mentre non ha alcun senso una proposizione come ‘non ho mai creduto veramente in Dio’. Che senso ha credere così così, credere di credere ecc.? Da un punto di vista morale, poi, non parliamone. Uno che in una certa cosa ci crede fino a un certo punto vota, fa promesse, prende impegni, oggi, e faceva roghi, una volta… Mamma mia!

 

5. Parlare della fede staccandola dai suoi effetti sociali e dalla storia rischia di non avere molto senso (o meglio, lascia fuori alcuni punti essenziali). Il suo libro andrebbe letto (non da chi non crede, ma da chi crede) assieme a Tribunali di coscienza di Adriano Prosperi o a qualche altro testo del genere.

Dico un’ovvietà, ma il cristianesimo non è solo logica o ontologia, ma storia. E spesso i bizzarri escamotage teo-logici servono per adattare l’ontologia alla storia, come Althusser che cercava di applicare la scienza e lo strutturalismo a Marx. La gente forse crede in Dio come, qualche anno fa, credeva nella classe operaia o, oggi, agli extraterrestri.

 

Ferraris. Io ho l’impressione che sia solo storia, a cui qualche volonteroso d’ingegno ha cercato di dare una veste logica e ontologica. Senza riuscirci, perché l’impresa era davvero improba, e perché tanto ai credenti non importava nulla. Il cristianesimo, in questo senso, è come l’impero romano, solo che, diversamente che per l’impero romano, c’è ancora gente che se la prende pubblicamente se, sempre pubblicamente, si dice che Romolo e Remo forse non sono mai esistiti e difficilmente sono stati allattati da una lupa. In privato, è chiaro, le cose vanno altrimenti: chi ci crede a Romolo e Remo, o ‘Remolo’, come diceva un credente dell’ultim’ora educato dai Salesiani?

 

A presto

Nicola Gaiarin

 

Grazie, e a presto

Maurizio Ferraris

 

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