Chi ha paura della teologia?

 

Trovo particolarmente pregnanti i suoi rilievi circa la differenza fra il Cristianesimo primitivo e quello successivo, culminante appunto nei nuovi credenti: il primo tutto occupato da preoccupazioni teologiche (la Resurrezione, il dogma trinitario, il problema del Male etc.), il secondo, tutto rivolto alla morale e alla politica, e totalmente dimentico delle questioni teologiche. Questa differenza mi colpì studiando la storia della filosofia all’università: m’appariva sorprendente che per il Filioque si facesse uno scisma, e che tante discussioni suscitasse il problema della transustanziazione, cose delle quali udivo parlare per la prima volta. Qui credo si debba fare una premessa: io non ho frequentato scuole cattoliche, ma solo scuole statali (anche se piuttosto clericalizzate: tutti questi insegnanti comunisti io non li ho mai incontrati!), mentre al catechismo ho ricevuto più insegnamenti morali che non religiosi. Al liceo la patristica l’ho studiata assai poco, e quindi ho conosciuto il cristianesimo primitivo e le sue dispute teologiche (peraltro interessantissime) solo all’università. Ecco, mi colpì molto la differenza coi tempi attuali, in cui di questioni teologiche non si parla, dedicandosi esclusivamente a problemi di preservativi, procreazione assistita, embrioni, interruzione volontaria di gravidanza, divorzio, pacs, etc. E di fronte a tali dispute mi sono posto anch’io il problema: ma quanti sanno davvero cosa vuol dire essere cristiani, ossia in cosa bisogna credere per essere tali? E quanti hanno credenze ortodosse (ai sensi di Concili) e quanti invece sono degli eretici? Ricordo che, quando ancora studiavo giurisprudenza (nei primi anni ’90) un mio amico sosteneva che molti cattolici erano in realtà su posizioni protestanti, pur senza saperlo: semplicemente perché, nel dirsi cattolica, la maggior parte della gente non conosce i requisiti della cattolicità.

Penso che l’abbandono della teologia a favore della politica e della morale (anzi del moralismo) segni un impoverimento teoretico e latu sensu culturale, che lei ha ben espresso nella credenza e ubbidienza al Papa. Un impoverimento perché la credenza è totalmente svuotata, ridotta ai raduni mediatici dei Papaboys, ai quali basta far poche domande per scoprire una sconfortante ignoranza in materia di teologia. Condivido quindi il suo punto di vista relativo alla non credenza dei nuovi credenti, totalmente secolarizzati (ed infatti essi si occupano di problemi ”secolari” quali i pacs e la fecondazione assistita). Bei tempi, quelli in cui si disputava sul Filioque e sulla natura dello Spirito Santo! In qualche modo là un po’ di trascendenza c’era, ora invece si parla soltanto di cose terra terra.

Con questo non voglio però sostenere che la religione debba occuparsi solo di questioni teologiche: penso infatti che debba occuparsi anche di morale. Cosa che però non fa: perché in realtà ciò che per lo più pratica, è moralismo, e non morale vera. Credo che i Vangeli (non solo quelli Canonici, ma anche quelli Apocrifi) possano insegnarci cose utili in materia morale, senza occuparsi di pacs ed embrioni. Ad essere onesti, per esempio, a non fare gli sgambetti ai colleghi, ad aiutare il prossimo etc., non diversamente dalla morale kantiana. Il problema è che una cosa è dire, una cosa è fare: è più facile andare a messa e votare contro la procreazione assistita che essere davvero buoni. In questo devo ammettere di essere stato condizionato dal catechismo: si studiava poco la dogmatica, in compenso ogni settimana dovevamo prendere con noi stessi un impegno (aiutare la mamma in casa, cercare di essere amico con un compagno con cui avevamo litigato etc.) e portarlo concretamente avanti. Il tutto sulle orme di Gesù, naturalmente. Ecco, so che questi impegni non sono necessariamente legati a Gesù e alla fede, però sarebbe molto meglio se la Chiesa cercasse di far diventare gli uomini più buoni che non occuparsi delle loro abitudini sessuali, dei loro embrioni, delle loro storie famigliari etc.

Si capisce da quello che dico che la mia personale posizione in materia di fede è un po’ diversa da quella riportata in chiusura del suo libro, ma il mio credere in Dio non mi esonera dal precisare meglio il contenuto del mio credo (il suo discorso sulla resurrezione l’ho preso molto sul serio, e ci rifletterò su, in effetti è una cosa che ho un po’ trascurato), precisandolo il più possibile. Per evitare quel ”credere di credere” che in effetti non mi è mai apparso molto convincente.

Devo dire che anche io ho attraversato una fase atea, intorno ai vent’anni, come accade spesso a quell’età, e ho poi ritrovato la fede, una fede sempre aperta al confronto e all’approfondimento. In questo ritrovamento è stato importante proprio lo studio della filosofia, quella delle origini cristiane e il neoplatonismo, studiato in un bel corso del Prof. Klein. Non sono stato folgorato da visioni e voci divine, e mi confronto anche con altre religioni, cosa che penso sia salutare, anche solo per evitare l’integralismo. Ok, adesso basta, queste mie credenze personali sono di scarso interesse ed indugiano troppo all’autobiografismo (o a una confessione, visto il tema).

Volevo ancora fare alcune considerazioni in merito ad Auschwitz (toponimo tedesco, in polacco la cittadina si chiama Oswecim), che ho visitato quest’estate. Credo che non sia del tutto corretto parlare di una sua ”cattolicizzazione”, in quanto penso che i ”martiri” cristiani in esso ricordati vadano considerati innanzitutto dei Polacchi, prima ancora che dei cristiani. Molti campi di sterminio si trovano in Polonia, in essi sono stati uccisi anche dei Polacchi, oltre che Ebrei, Rom, etc.. Questi Polacchi erano anche cattolici, certo, ma erano prima di tutto dei Polacchi, delle vittime e non dei martiri: c’è insomma una componente nazionale importante, dietro alla presenza di simboli cattolici nei campi di sterminio. E credo che la Polonia abbia subito pesantemente la barbarie nazista, alla quale oppose anche resistenza (a questa proprio ad Auschwitz è dedicato un bel padiglione). I campi di sterminio sono monumenti alle vittime, non solo quelle della Shoah, ma a tutte le vittime, di qualsiasi nazionalità e fede esse siano: almeno questa è l’impressione che ne ho ricavato questa estate, visitando, oltre ad Auschwitz – Birkenau, Majdanek e Treblinka. E devo dire che ad Auschwitz ho trovato molte informazioni sul genocidio dei Rom, del quale si parla assai poco.

Ok, adesso ho veramente concluso, per cui le faccio ancora i complimenti per il suo brillante libro, e auguro a lei e alla sua famiglia un 2007 carico di serenità e soddisfazioni.

 

Ezio Chionio

 

P.S. Colgo l’occasione per consigliare la lettura (se non l’avesse già fatta) del bel libro di Amartya Sen ”Identità e violenza”, Laterza, 2006, un bell’antidoto all’integralismo religioso dei tempi che corrono.

 

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