Una religione identitaria

 

Egregio Professore,

 

ho appena letto il suo libro Babbo Natale, Gesù adulto, che ho trovato molto interessante e stimolante, in particolare nell’analisi del processo di secolarizzazione della religione cristiana e delle differenze tra ”vecchi” e ”nuovi” credenti. Ho trovato molto suggestivo il parallelo tra le tre fasi del postmodernismo e la settimana santa, col venerdì santo della ”morte di Dio”, il sabato del silenzio ”ironico” del pensiero e la domenica della resurrezione del sacro e dello spiritualismo. La Sua conclusione è che ciò ”in cui crede chi crede” è, in definitiva, il papa.

A mio avviso, questo vale, per l’appunto, per chi crede, ma ho l’impressione che, almeno nello spaccato di società italiana che conosco direttamente come persona che vive a Torino, i credenti siano solo una parte di quelli che si dicono e si sentono cristiani.

Mi sembra interessante quindi chiedersi che cosa intenda per cristianesimo chi si sente cristiano senza avere una grande vocazione per la fede.

Penso che per questi numerosi cristiani la religione sia soprattutto un fatto identitario. La chiesa è l’istituzione che rappresenta e sostiene il loro modo di vivere e la loro visione del mondo e li differenzia da chi vive in modo diverso e, con la propria presenza e differenza, minaccia la tranquilla stabilità del loro ordine sociale, si tratti degli immigrati musulmani, degli omosessuali che chiedono il diritto di sposarsi o degli intellettuali ”radical chic” che mettono in discussione valori e abitudini tradizionali.

Per questi cristiani il dogma teologico è poco importante: si rendono conto che per l’istituzione ecclesiastica è necessario avere una dottrina teologica, ma sono ben contenti di delegarla al papa e al clero. Nonostante passino l’infanzia e l’adolescenza tra catechismi, oratori, sacramenti (battesimo, comunione, cresima) e ore di lezione di religione a scuola, per la maggior parte arrivano all’età adulta che non sanno praticamente nulla della dottrina cristiana, perché non l’hanno mai ritenuta davvero importante.

Ritengono poco importante anche la morale cristiana: appoggiano con vigore le battaglie della chiesa contro il divorzio, l’aborto, l’eutanasia e quant’altro, ma solo perché si rendono conto che esse rafforzano l’istituzione. Nel loro privato, invece, non si fanno troppi problemi a separare ciò che Dio ha unito o ad amare prima e fuori dal matrimonio e a contraddire continuamente nei fatti (purché non si sappia troppo in giro) quel che predicano in pubblico, perché l’importante non è come si comporta il singolo, ma che la chiesa trionfi sui suoi nemici.

Per quel che riguarda i valori di solidarietà e tolleranza, per ogni cristiano che s’impegna in lodevoli opere di carità e volontariato, quanti sono quelli che, nonostante o addirittura in nome della propria identità cristiana, vorrebbero ripulire le nostre città dall’ingombrante e inquietante presenza dei troppi stranieri che le affollano? Costoro non contestano la politica della chiesa di accoglienza degli stranieri: è suo compito e fa parte delle regole del gioco; ma non si pretenda che lo stesso valga per il popolo dei cristiani (d’altronde i lavavetri e i ladruncoli vengono a infastidire noi, mica il papa!).

Perfino il papa non è per tutti oggetto di autentica fede (anche se Giovanni Paolo II con il suo carisma ha suscitato un rinato entusiasmo per l’istituzione pontificia): spesso questi cristiani giudicano papi, vescovi e preti, criticandone idee e scelte e riconoscendone benissimo gli umani limiti e le debolezze/nefandezze. Il clero va comunque rispettato e difeso (tranne in casi di comportamento particolarmente grave), perché, ancora una volta, quel che conta è l’istituzione, non gli uomini che più o meno degnamente la rappresentano.

A chi si è chiesto ”in che cosa crede chi non crede”, Lei ha risposto con molta intelligenza ”in che cosa crede chi crede”. A mio parere, è interessante chiedersi anche: il cristiano medio crede o non crede?

 

Con stima,

 

Sergio Parmentola

 

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