Il Cattolicesimo come forma d’arte

 

Caro Ferraris,


Non c’è una vera e propria contrapposizione tra credere in Dio e credere nel Papa, in quanto i cattolici non credono nel Papa. Lei ha ragione nel dire che i cattolici non credono veramente in Dio, non solo perché non saprebbero verbalizzare (‘dillo con parole tue’) il contenuto di tale credenza, ma perché tale contenuto non è nemmeno esprimibile dato che è incompleto o contraddittorio o puro nonsense o tutte e tre le cose insieme. Ha invece torto nel pensare che il Papa sia oggetto di una credenza significativa qualsiasi, anche se è oggetto di molte credenze banali (‘porta la papalina’, ‘parla in televisione’, eccetera).


La teoria che mi pare corretta viene dall’antropologia culturale, dove qualcuno sostiene che contrariamente a quanto predicato dal senso comune, il Mito nasce dal Rito. Ovvero, prima si fanno cose di un certo tipo, più o meno complesse, e poi si trova il modo di raccontare delle storie che stanno sullo sfondo delle cose che si fanno, senza curarsi troppo della coerenza delle storie raccontate; ché, tanto, il Rito tiene assieme tutto. Nella fattispecie, si fan cose come: si va a messa, si dice di andare a messa, si leggono articoli di un certo tipo, si frequentano certe persone, si va al funerale del Papa, e così via. (Pascal l’aveva già osservato: se vuoi convertirti, fai dire una messa, la fede seguirà.)


Ora: la bellezza (teorica) del Cattolicesimo è che il Rito non è affatto codificato (altro che preghiera rivolti alla Mecca! quelli sì che sono riti seri): è spugnoso e proteiforme, cambia col tempo, si autoriforma in grandiose conferenze che durano decenni, poi si appropria in un lampo di radio, televisione e blog, crea fantasiose risposte rituali da parte del corpo politico e del quarto potere, tollera con un benigno sorriso ciò che dice di non tollerare (le canne e le fornicazioni dei Papaboys, le seconde nozze di chi sbraita che non si deve divorziare, prevedendo anzi un fast track per certuni, ovvero l’annulamento sacroruotante del matrimonio); la lista è inesauribile e ci riempie di sempre nuovo stupore; e quindi il Mito ha inesauribili appigli da decorare con sempre rinnovate e sempre interessantissime fole – il che non fa che accrescere l’inutilità di argomenti razionali per controbatterlo. Di fatto, se ho ragione a difendere una teoria dell’arte come spunto conversazionale, il Cattolicesimo è una forma d’arte, e non una religione. Non una grande forma d’arte, dato che il rapporto tra mezzi e risultati è abbastanza scadente, ma una forma d’arte comunque. Non è una religione.


Quindi, per riassumere, il cattolico non crede in Dio, ma non per questo crede nel Papa. Il cattolico non crede nel Papa: segue il Papa. Nel senso che il Papa è il generatore del Rito e del Mito ad un tempo, e che se non si segue lui, si perde il senso di tutto.


Gli unici punti su cui non solo ha senso intervenire, ma è anche un dovere morale farlo, è quando le oscillazioni del Rito e del Mito vanno a mettere in repentaglio la vita e l’integrità delle persone e delle Istituzioni tanto faticosamente sottratte alla violenza e all’arbitrio (altro che ‘radici Cristiane dell’Europa’). Penso in particolare alle stravaganti concezioni del clero sul sesso, per non parlare dei buffi e grotteschi imperativi sulla famiglia, emessi da signori attempati che hanno passato la loro vita al riparo dal cambio di pannolini immagino profondamente infastiditi dal lavoro che creare e mantenere una famiglia comporta, olezzo dei pannolini sporchi incluso. Tali stravaganze non fanno che testimoniare il fatto che qui si agisce senza troppo pensare, come c’è da aspettarsi quando i Riti generano i Miti, e sarebbero innocue, anzi dotate di un certo interesse teorico, se non fossero a volte per l’appunto in sinergia con oscuri appetiti di potere e come tali di grande nocumento.


Consideri per esempio la pusillanimità della Chiesa nel piegarsi ai forti e nell’opprimere i deboli, qui, in Italia, sotto gli occhi di tutti. Con tutto il gridare ai quattro venti che i rapporti extraconiugali sono vietati dalla morale cattolica, non si sognano certo i Vescovi della CEI di convincere i loro referenti politici a far passare una legge, ma che dico, un piccolo emendamento, che vietasse i rapporti extraconiugali; e ci provassero, almeno! Ci farebbero vedere di che pasta son fatti.  Epperò qualora dei bisognosi (coppie in severa limitazione procreativa, i più bisognosi, i più martoriati nella loro essenza di uomo e donna) chiedono aiuto, ecco che la Chiesa, sempre grazie ai zelanti referenti politici, li colpisce, li priva di speranza; vantandosi manco fosse stata un’impresa gagliarda di aver contribuito a vietare la fecondazione eterologa (la quale vien assimilata negli ululati a una forma di adulterio).


Sono questi abissi morali in cui precipita suo malgrado il cattolico e il suo referente politico o il suo altoparlante giornalistico che devono essere ben circoscritti, combattuti con assoluta fermezza; ma non contrapponendovi un’astratta Ragione (una battaglia alla quale non credo, personalmente); piuttosto con il paziente sollevare eccezioni di irrilevanza, di inconstituzionalità, o semplicemente rifiutandosi di discutere, negando spazi occupati del tutto abusivamente (altro che ‘si vuol far tacere la Chiesa!’); utilizzando i molti e utili strumenti di cui gli Stati moderni si sono dotati proprio per sfuggire al bizzarro arbitrio di persone autoproclamatesi tutori dell’autorità morale.


Suo,
Roberto Casati

 

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