Cattolicesimo alla tedesca

di Giandomenico Bonanni

 

Il Riformista, 27 febbraio 2007

 

All’indomani dell’elezione di Joseph Ratzinger, la Bild-Zeitung pubblicò in prima pagina una grande foto del nuovo pontefice, titolando a caratteri cubitali: «Wir sind Papst!», siamo diventati Papa. Che era un po’ come dire: siamo campioni del mondo. Invece della coppa abbiamo vinto la tiara. Un amico protestante, antipapista convinto, ha incorniciato la pagina e l’ha appesa in cucina, come se fosse una caricatura dei tempi di Lutero. Non tutti i suoi ospiti la trovano divertente. Per i tedeschi Benedetto XVI è una star internazionale della quale andare fieri. Un Beckenbauer coi mocassini rossi al posto degli scarpini. Uno Schumacher che sfreccia in papamobile. Insomma, un prodotto da esportazione che conferma la qualità del made in Germany. L’ascesa di Ratzinger al soglio pontificio è stata interpretata come un vero e proprio passaggio epocale soprattutto dagli esponenti di quel neoconservatorismo tedesco definito Neue Bürgerlichkeit, nuovo stile borghese. Un movimento costituito per lo più da giornalisti e intellettuali disorientati che tentano di prendere le distanze dai costumi e la mentalità dei genitori sessantottini. E che da un paio d’anni a questa parte provano disperatamente a riportare in auge scuole di ballo, feste di fidanzamento e corsi per imparare le buone maniere.

Altro che ritorno della religione, altro che atei devoti. Per ora, i nuovi compagni di strada dei cattolici tedeschi non sono neanche devoti: sono solo atei incuriositi da un fenomeno mediatico. Il fatto è che in questo paese i conflitti religiosi hanno fatto troppi danni e la gente ha imparato a diffidare delle contrapposizioni in materia di fede. O meglio: ha imparato a conviverci. In alcune chiese del Baden si vedono ancora i segni dei muri divisori innalzati in seguito alla riforma. Cattolici e protestanti continuarono per decenni a frequentare le stesse parrocchie, ciascuno nella sua metà, come dei separati in casa. Una ferita profonda, non ancora del tutto sanata, che nel lungo periodo ha finito per indurre buona parte dei tedeschi ad allontanarsi da una religione percepita più come fattore di instabilità e di conflitto che non di sicurezza. Ne sapeva qualcosa Bismarck, che temeva l’ingerenza della chiesa di Roma forse più dell’ostilità delle potenze straniere.

Oggi i cattolici in Germania sono 26 milioni, circa il 31 per cento della popolazione complessiva. Vivono soprattutto nel sud e nell’ovest del paese. Le differenze culturali sono grandi. I renani, per esempio, hanno ben poco da spartire con i bavaresi. Ma nell’insieme, si possono osservare tendenze comuni. Per esempio, i cattolici tedeschi non sono praticanti. Secondo i dati della conferenza episcopale tedesca, il numero dei fedeli che vanno a messa diminuisce di anno in anno: nel 2005 erano solo il 14 per cento. Battesimi, matrimoni e funerali religiosi sono in calo. Il sistema fiscale tedesco, che prevede una tassa da destinare alla comunità religiosa di appartenenza con la dichiarazione dei redditi, favorisce una lenta emorragia di persone che abbandonano la chiesa per ragioni economiche. Soprattutto per chi ha un reddito alto, non pagare la Kirchensteuer significa risparmiare un bel po’ di soldi. 

I più attivi, tra i cattolici di base, sono i nuovi eretici del movimento Noi siamo chiesa. Partiti nel 1995 con un manifesto per il rinnovamento del cattolicesimo, hanno raccolto due milioni e mezzo di firme solo nei paesi di lingua tedesca. Chiedono che i vescovi siano eletti direttamente dai fedeli, che le donne possano diventare sacerdote, che il celibato obbligatorio per i preti e il proibizionismo in materia sessuale vengano aboliti. Vorrebbero, insomma, poter conciliare la fede e la vita, senza sotterfugi, complessi di colpa e ipocrisie. Ratzinger li conosce bene, perché si è dovuto occupare di loro da Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Ma finora non ha voluto neanche riceverli. Prima o poi, però, dovrà decidere se intende ascoltare la voce di chi ancora crede o continuare ad alimentare nuove forme d’idolatria.

 

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