Blog di Maurizio Ferraris - In cosa crede chi crede?
In cosa crede chi crede?    di Maurizio Ferraris


"...to obey is one thing, to believe is another... belief requires teachers and arguments drawn either from reason, or from some thing already believed."

Thomas Hobbes, An answer to a Book published by Dr. Bramhall..., English Works, IV p. 339.


"È così, è ciò che vedi, non può essere altrimenti"

Con Piergiorgio Odifreddi

 

Ferraris. Ho letto il manoscritto del tuo ultimo libro, Perché non possiamo dirci cristiani, e meno che mai cattolici, non senza un interesse di bottega, visto che avevo appena finito di scrivere un libro sulla religione, Babbo Natale, Gesù Adulto. In cosa crede chi crede? E ho scoperto che, contrariamnente a quello che pensavo, abbiamo idee opposte. Voglio dire: nessuno di noi due è credente, almeno mi pare. Però tu dici che ci sono, malgrado tutto, dei credenti. Io non ne sono così convinto. La mia impressione è che molti credano di credere, ma non credano davvero. Chi, per esempio, tra quelli che si professano cattolici apostolici e romani crede che Cristo è veramente risorto, o che risorgerà lui, il credente, o che Cristo è davvero presente nelle ostie? Del resto, se i credenti credessero davvero in un’altra vita, perché si affannerebbero tanto in diete e palestre che dovrebbero prolungare questa vita? Insomma, i migliori testimonial della incredulità sono i cristiani secredenti piuttosto che gli atei miscredenti.

 

odifreddi. per quanto riguarda me, ti pare bene: ovviamente non sono credente, in nessun senso della parola. per gli altri, immagino che si possa credere in qualcosa. ad esempio, non faccio fatica ad accettare che qualcuno possa dire di credere al dio di spinoza, magari aggiornato nella versione di whitehead: cioe', a un dio il cui corpo sia l'universo, e i pensieri della cui mente siano le leggi che lo regolano. io non ci credo, perche' mi sembra solo una bella metafora parlare della natura e delle sue leggi come del corpo e della mente di (un) dio: una metafora che rischia di confondere le acque, usando una terminologia teologica per cio' che e' invece "soltanto" scientifico.

sono invece d'accordo con te, se ti riferisci ai cattolici quando dici che, dicendo di credere, si sbagliano e pensano (o si illudono) soltanto di credere. e il mio libro cerca appunto di "dimostrarlo", facendo vedere in maniera puntigliosa le incomprensibili assurdita' che un cattolico dovrebbe credere, per potersi dire tale: dalla natura una e trina della divinita', alla transustanziazione del pane e del vino, alla verginita' della madonna, e cosi' via. dietro a questa impossibilita', secondo me ci sta un interessante problema filosofico: e cioe', si puo' credere a cio' che non si capisce? i sedicenti "misteri della fede" sono appunto cose che per definizione non si possono capire, se no che misteri sarebbero? ma se non si capiscono, come si possono credere? che ne pensa un filosofo?

 

Ferraris. Forse "filosofo" è dir troppo. Diciamo "filosofante". Ma per quello che ci interessa mi sembra che basti e avanzi. In effetti, in una condizione come quella che descrivi tu, per cui il vero credente non sa ciò in cui crede, suggerisce delle domande maliziose. Come, per esempio: “Sei sicuro di credere nel Dio dei cristiani o in uno che gli assomiglia molto?”. Il bello è che sono convinto che quasi tutti credano, appunto, in un Dio privato, che ha solo delle somiglianze di  famiglia, se le ha, con quello in cui credono gli altri. Di qui un interrogativo imbarazzante: a quale Dio si rende un sacrificio quando ci si trova in chiesa? A tutti? È un politeismo molto più che indù. O più probabilmente a nessuno, e questo, si noti, non da parte di increduli, ma di credenti.

Questo ovviamente pone dei problemi filosofici: come diceva Quine, non c’è entità senza identità, e questo Dio sconosciuto dei cristiani sembra incarnare (è il caso di dirlo) il paradosso di una entità che non ha una identità, che può essere qualsiasi cosa, come il Sarchiapone nella vecchia scenetta di Walter Chiari.

Uno potrebbe obiettare che non è così, che in effetti nella fede cristiana ci sono delle cose strane e incredibili, ma non incomprensibili. Che insomma non c’è solo la trinità, ma anche, per esempio, la resurrezione. Ma, mi chiedo, quanti cristiani credono che risorgeranno, o anche “solo” che Cristo sia risorto? E sì che Paolo di Tarso lo diceva chiaro e tondo: “se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la vostra fede”. A questo punto, non ci si stupisce più di niente, e, in particolare, non ci si sorprende più del fatto che, come ricordi nel tuo libro, i Vangeli non parlino affatto di resurrezione, ma solo di una tomba che prima è occupata, e poi è vuota.

È, se vuoi, la situazione fotografata in una barzelletta che circola tra ecclesiastici. Si trovano dei resti nel Santo Sepolcro. Costernazione. Poi i Francescani dicono: “in fondo non è così male, ne faremo delle reliquie”;  i Domenicani aggiungono: “del resto, si potrebbero reinterpretare le Scritture”; e i Gesuiti, stupefatti: “Allora è davvero esistito!”

 

odifreddi. borges non diceva proprio che la religione e' una barzelletta, ma quasi: piu' precisamente, che e' un ramo della letteratura fantastica. e infatti, come questa, essa richiede una sospensione del principio di realta': lo si fa quotidianamente, quando si leggono romanzi o si guardano film non realisti, e io credo addirittura che proprio qui stia uno dei motivi per cui la gente ancora crede: perche' e' abituata fin da sempre ad accettare storie inverosimili per il solo gusto di sentirsele raccontare, e di lasciarsene stupire ed emozionare.

ad esempio, i bambini di oggi vivono nelle favole, nei programmi televisivi, nei videogiochi, e gli adulti non sono da meno, coi loro reality show e la loro letteratura di evasione. tutto questo prepara il terreno a credere all'inverosimile, e a questo punto la religione non sembra essere tanto diversa. anzi, io mi chiedo, piu' in generale, se l'intero genere "fantasy", religione compresa, non sia altro che una rimozione della realta' e un sintomo di psicosi collettiva. il che, in fondo, era la diagnosi che ne dava freud, anche se lui poi sottolineava pure l'aspetto di nevrosi collettiva, a proposito dei riti e delle pratiche religiose. naturalmente, vale anche il contrario: cioe', che le psicosi e le nevrosi non sono altro che religioni personali.

Puo' suonare un po' iconoclasta, ma in fondo e' stato una persona insospettabile come il dalai lama a dire che "le religioni sono cure per le malattie dell'anima", intendendo che malattie diverse richiedono cure diverse. il mio corollario, pero', e' che chi e' spiritualmente sano non ha bisogno di religioni.

 

Ferraris. Potrebbero però facilmente obiettarti che non c’è malattia peggiore di quella che non si riconosce come tale, e che non c’è malato più grave di quello che si sente sano. In fondo, molte religioni ragionano proprio così: siamo tutti peccatori, o comunque siamo tutti malati. Io, poi, per quel che mi riguarda, non mi sento particolarmente sano, né vedo in giro tanta gente che scoppia di salute, anche mentale, e anzi, per ciò che riguarda la salute mentale, “scoppiare di salute” ha un aspetto vagamente sinistro... Non per questo mi curo con la religione. Forse starei meglio, ma proprio non riesco a crederci, è più forte di me, che pure, in età diverse, mi sono appassionato a Sandokan e a Madame Bovary, senza mai credere alla resurrezione.

Ed è qui che avviene la cosa più imbarazzante. Immaginiamo che fossi una ascoltata guida spirituale e che un giorno, sporgendomi alla finestra, dicessi che bisogna votare in un certo modo perché altrimenti Sandokan si offende, o anche solo che un valido motivo per attuare la pace nel mondo sta nel fatto che in quel modo si realizzano le aspirazioni di Tremal Naik e di Charles Bovary. Non stento a pensare che questo comportamento getterebbe nella costernazione chi mi è affezionato. Ma, e davvero questo per me è un problema, non una domanda retorica, c’è qualcosa di radicalmente diverso nella religione cattolica? Si dirà che per i cattolici le vicende bibliche ed evangeliche non sono romanzi, ma è un’arma a doppio taglio. Non sarebbe meglio che la moltiplicazione dei pani e dei pesci fosse un romanzo?

 

odifreddi. john nash, il matematico che ha ispirato il film "a beautiful mind", e che dunque di malattie mentali e di guarigioni "miracolose" se ne intende, mi ha detto testualmente che "essere mentalmente sani, significa VOLER ESSERE mentalmente sani". e questo e' il problema: molti malati, mentali o spirituali, non vogliono affatto guarire, e stanno benissimo come sono, cioe' malati. e' un paradosso, ovviamente, lo star bene quando si sta male, ma e' precisamente quello che succede ai religiosi: i quali, io credo, non desiderano altro se non prolungare per tutta la vita i "piaceri dei tormenti" infantili.

 perche', per come la vedo io, le religioni rispondono appunto a esigenze tipicamente infantili: il volere, cioe', dare un senso al mondo e alla vita in generale. cosi' come, sempre per come la vedo io, l'esistenzialismo, affronta problematiche tipicamente adolescenziali: non a caso, leggere dostoevskij o sartre sconvolge a quindici anni, ma annoia a quaranta. cosi' come i fumetti divertono da bambini, ma appaiono sciocchi quando si e' adulti (mentalmente, ovviamente, non anagraficamente).

come direbbe l'ecclesiaste (il quale, per curiosita', e' un libro apocrifo che non sta nella bibbia ebraica, ma solo in quella cristiana), "c'e' un tempo per ogni cosa". e lo stesso paolo di tarso, nella "prima lettera ai corinzi", diceva: "quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. ma, divenuto uomo, cio' che era da bambino l'ho abbandonato" (anche se, nel suo caso, sembra che sia caduto dalla padella nella brace).

 se posso condensare in un motto cio' che penso a questo riguardo, direi che da giovani sentiamo che il mondo e' diverso da noi, e pretendiamo di cambiare il mondo. da maturi, sentiamo che il mondo e' diverso da noi, ma ci accontentiamo di cambiare noi stessi. da saggi, infine, sentiamo che il mondo e' diverso da noi, e che va bene cosi'....

 

Ferraris. Difatti (o, meglio, difetti, dato l’argomento), questo è proprio il punto su cui mi piacerebbe che si riflettesse. Non ho particolare gusto nel polemizzare con la religione, anche perché sotto questo nome c’è una infinità di cose. Ma, anche a concedere alla religione (cioè, in Italia, essenzialmente al cattolicesimo) tutto quello che vuole, e cioè tra l’altro anche cose difficili da accettare come l’intromissione nella vita politica, e il pontificare su questioni scientifiche nello stesso momento in cui si parla tranquillamente dei miracoli, resta un problema di fondo nella mentalità religiosa.

Questo. Paolo non solo diceva che se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede. Ma aggiungeva che se Cristo non fosse risorto noi saremmo i più miserabili tra gli uomini. Ecco, proprio mi sfugge. Perché dovremmo considerarci miserabili solo perché non rinasceremo, perché la nostra vita non ha niente di miracoloso, perché prima o poi finisce?

Da questo punto di vista, noi moderni che ci consideriamo tanto superiori agli antichi abbiamo fatto dei passi indietro spaventosi. Nel libro cito, alla fine, una epigrafe che si era fatta incidere sulla tomba un legionario romano, dunque non un sofisticato intellettuale: “Sono sicuro che non c’è domani”. Sembra una frase piena di iattanza, ma sembra soltanto. Perché l’alternativa sarebbe il famoso argomento di Pascal della scommessa: mi conviene pensare che c’è un domani, tanto cosa ci perdo? Al massimo, niente. Ecco, magari lo scommettitore non ci perde niente, e non si accorgerà nemmeno di aver perso la scommessa, se come è probabile la perderà;  ma gli altri, che magari non hanno scommesso, devono sottostare ai gusti dello scommettitore, che (a seconda delle varie religioni) potrà decidere di farsi saltare con una cintura esplosiva, di non autorizzare le trasfusioni ai figli, o semplicemente di fare obiezione di coscienza, se medico, alle interruzioni di gravidanza.

Non sarebbe più serio, più giusto, e alla fine anche più nobile non scommettere su cose tanto importanti? Ricordo di aver visto da ragazzo la tomba di Jim Morrison al Père Lachaise, e con lo spray qualcuno aveva scritto più o meno “Jim è morto / non importa / perché un trip ce lo riporta”. Era già più realistico che la resurrezione. Ma non è meglio, anche moralmente, non è più giusto e più serio rassegnarsi e basta? Come si legge su un’altra pietra tombale romana: “è così, è ciò che vedi, non può essere altrimenti”.

 

11:48 AM - Nov. 24, 2006


"i più miserabili tra gli uomini"


A onor del vero, Paolo nella lettera ai Corinzi dice: "Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (1Cor 15,19). È evidente dal contesto che il "noi" è riferito ai cristiani di Corinto e allo stesso Paolo e non a tutti gli uomini. Quindi non vedo in ciò disprezzo generalizzato verso chiunque non crede nella risurrezione, ma una precisa avvertenza ai cristiani che possono definirsi tali in quanto credono che Gesù è Dio solo perchè è risorto dopo essere morto.
Circa l'epigrafe del legionario romano "Sono sicuro che non c'è domani" è sicuramente degna di rispetto sul piano umano, mentre dal punto di vista razionale la sua "sicurezza" vale meno, dal momento che gli deriva dall'esperienza e non dalla ragione. Anche chi dice "sono sicuro che domani sarà un altro giorno" lo dice affidandosi più all'esperienza che alla ragione. Infatti non c'è nessuna legge che possa costringere "domani" a venire, ma solo una lunga consuetudine, così lunga da farci credere che sia legge.
Il cristiano non è poi così diverso dal legionario; si pone di fronte a lui e dice semplicemente: "Sono sicuro che c'è domani", sapendo, certo, di non avere tante prove d'esperienza come il legionario, ma di avere invece una prova di ragione senz'altro vera. Chi può in effetti dimostrare razionalmente che dopo la morte non c'è nulla?


Anonymous - 07:39 PM - Dec. 13, 2006


Miseria e nobiltà


Certo, non ci sono prove nell'altra vita, né per il pro, né per il contro. Tutto può succedere. A questo punto, il cristiano, per esempio Pascal, dice "scommetti nell'altra vita, non hai che da guadagnarci". Il legionario pagano, che ha visto la morte in faccia tante volte, dice "Sono sicuro che non c'è domani". Quale atteggiamento è più nobile? Quello dello scommettitore o quello del soldato?


Ferraris - 03:15 AM - Dec. 15, 2006


Commento senza titolo


Non lo so, perchè non mi ritrovo né nello scommettitore né nel soldato. Sicuramente è nobile l'atteggiamento di Socrate quando dice: "Morire è una di queste due cose: o chi è morto non è e non ha percezione di nulla, oppure morire può essere una specie di trasformazione e trasmigrazione da qui a un altro luogo". Qui c'è, secondo me, il massimo di dignità e di nobiltà perché Socrate non contrabbanda un sapere che non ha, ma facendo leva sull'unica certezza che possiede, l'ignoranza dell'aldilà, si può permettere di tenere aperto un varco sull'"inconcepibile felicità".


Anonymous - 05:33 PM - Dec. 15, 2006


Il mercato della felicità


Scusi il ritardo nella risposta, ero in viaggio. Capisco il suo ragionamento. In definitiva, dire "sono sicuro che non c'è domani" è una dichiarazione arrogante. Chi può escludere che domani ci sia qualcosa? E, allora, perché pretendere di saperla lunga chiudendo la porta alla speranza? Siamo d'accordo. Io credo tuttavia che questo atteggiamento abbia un suo perché. Quando si lascia aperta la porta alla speranza, si permette l'ingresso di una massa di professionisti (non dico altro) che promettono il Paradiso, minacciano l'Inferno, danno indicazioni di morale e di voto, e speculano sull'angoscia che all'avvicinarsi della fine coglie ogni essere umano che non sia Socrate. Così, a una fine corporale certa, che è già una bella iattura, si aggiunge il fastidio degli astrologi, dei negromanti, dei ministri delle religioni, e dell'indotto che ne risulta (è vero che c'è la Divina Commedia, ma non dimentichiamo Radio Madonna). A mio parere è meglio chiuderla, quella porta, comportarsi come se dopo non ci fosse proprio nulla, rispettando i vivi come vivi e ricordando i morti come morti, facendo i conti con quello che c'è e solo con quello che c'è. Poi, se mai, chi (sopra)vivrà vedrà.


Ferraris - 01:46 PM - Dec. 20, 2006


Pardon, Radio Maria


Nel messaggio appena postato ho scritto "Radio Madonna" invece che "Radio Maria". Mi scuso con l'Emittente.


Ferraris - 01:50 PM - Dec. 20, 2006


PORTE APERTE


Facciamo un esempio simile al suo: se lasciamo la porta aperta alla democrazia si permette l'ingresso ad una massa di incompetenti, di demagoghi, di personaggi senza scrupoli che, pur di avere i voti dei cittadini promettono la luna e ogni genere di miraggi speculando sui loro bisogni e sul loro legittimo bisogno di giustizia e ugugaglianza.
Cosa ne pensa? È meglio chiudere la porta della democrazia onde evitare i mali che inevitabilmente ne seguiranno? Meglio una società chiusa, ma in mano a chi sa come governarla?
Immagino che anche lei preferisca una società aperta, anche se questo comporta rischi non piccoli, come il voto democratico ad Hitler nel 1933.
Lo so, sulla speranza di immortalità da sempre si sono buttati a capofitto ogni genere di uomini, nobili e ignobili, ma tant'è: la posta in gioco è troppo alta e troppo importante perché noi la ignoriamo.
Non le pare che un eminente compito filosofico sia quello di vagliare, scremare, insomma giudicare per cogliere il buono che c'è in questa disperata speranza che un po' tutti ci infetta?
(Questa volta mi dichiaro: Giovanni Governatori.
E buon Natale!)


Anonymous - 04:02 PM - Dec. 24, 2006


democrazia e fede


Caro Governatori, capisco, ma la invito a riflettere su un punto. L'ascesa di Hitler al potere è un infortunio della democrazia, e Hitler, appena giunto al potere, si è affrettato a sopprimere la democrazia e a stipulare un concordato con la Chiesa. Non mi sembra che le situazioni siano simmetriche. La chiesa cattolica, nel pieno dell'esercizio delle sue funzioni, e non in preda a una qualche aberrazione, decreta che le suore sono subordinate e il papa infallibile. E non si fa certo dire dai filosofi cosa fare e cosa scegliere. Anzi, non se lo fa dire proprio da nessuno. Non mi sembra una cosa sana per una istituzione che, in compenso, vuol dare a tutti il consiglio giusto, e vuol darlo anche a quelli che non credono e non vogliono saperne niente. Un carissimo saluto a lei, e buon Natale, sia pure con ritardo


Ferraris - 01:06 PM - Dec. 26, 2006


Dialogo tra Odifreddi, Ferraris e Dio


ODIFREDDI: Dio non esiste.
FERRARIS: Lo credi veramente?
ODIFREDDI: No, (sopra)naturalmente.

A un certo punto si sente una voce dall’alto:

DIO: State parlando di Me, per caso?

I due guardano verso l’alto.

ODIFREDDI: Non riesco a vedere nessuno.
FERRARIS: Nemmeno io. Non riesco nemmeno a credere che qualcuno abbia parlato.

Perché Dio li stava guardando dal basso …

Giorgio Della Rocca
(11 febbraio 2007, anniversario dei Patti Lateranensi e della prima Apparizione di Lourdes)
[per scriverlo il 25 marzo, festa dell’Annunciazione e anniversario dell’Apparizione di Lourdes in cui fu rivelato il dogma dell’Immacolata Concezione, avrei dovuto aspettare troppo tempo]
{e per scriverlo il 13 luglio, anniversario della nascita del professor Odifreddi e della terza Apparizione di Fátima, avrei dovuto aspettare ancora più tempo}
<professor Odifreddi, ho sempre avuto il sospetto che lei sia misteriosamente legato ad eventi soprannaturali…>


Anonymous - 08:48 PM - Feb. 11, 2007


1 = 3 ?


Nel dialogo che apre questa sezione del blog il prof. Odifreddi parla ad un certo punto di “incomprensibili assurdità che un cattolico dovrebbe credere, per potersi dire tale: dalla NATURA UNA E TRINA DELLA DIVINITÀ ecc.”.
Il prof. Odifreddi e il sottoscritto sanno bene che 1 non è uguale a 3, come lo sapeva chi stabilì il dogma della Trinità (a proposito, il termine ‘dogma’ non indica, come a volte si sente dire, una ‘verità da accettare per fede che non può essere compresa con la ragione’, ma, come trovo scritto in una enciclopedia, una ‘verità rivelata in modo soprannaturale e proposta dal magistero ecclesiastico ai credenti come oggetto di fede’). Infatti, come si legge al n. 252 del Catechismo della Chiesa Cattolica, “La Chiesa adopera il termine ‘sostanza’ (reso talvolta anche con ‘essenza’ o ‘natura’) per designare l’Essere divino nella sua unità, il termine ‘persona’ o ‘ipostasi’ per designare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella loro reale distinzione reciproca, il termine ‘relazione’ per designare il fatto che la distinzione tra le Persone divine sta nel riferimento delle une alle altre.”. Al n. 253 leggiamo: “Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone: la ‘Trinità consustanziale’ [dal Concilio di Costantinopoli II, anno 553].”. Al n. 254: “ ‘Dio è unico ma non solitario’. ‘Padre’, ‘Figlio’ e ‘Spirito Santo’ non sono semplicemente nomi che indicano modalità dell’Essere divino; essi infatti sono realmente distinti tra loro: ‘il Figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio’ [dal Concilio di Toledo XI, anno 675]. Sono distinti tra loro per le loro relazioni di origine: ‘È il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede’ [dal Concilio Lateranense IV, anno 1215].”.
Riporto anche un passo tratto dal libro ‘Testimoni di Geova testimoni di Dio?’ di Christian Weis (com’è noto, i Testimoni di Geova non accettano il dogma della Trinità): “qual è il rapporto di questi Tre [Padre, Figlio e Spirito Santo] con la fede monoteista dell’Antico Testamento, che non può venir messa in dubbio? … Gesù di Nazareth, uomo fra gli uomini, ha avanzato una pretesa dalla quale i primi credenti riconobbero che egli è uguale a Colui che nell’Antico Testamento si è rivelato come Dio sotto il nome di JHWH [cfr. Lettera di San Paolo ai Filippesi 2, 6], anzi, che egli stesso è Dio [cfr. Vangelo di Giovanni 1, 1]. JHWH è dunque, fin dall’eternità, il Padre del Figlio suo, il Verbo eterno. Ma nell’esperienza dello Spirito Santo fu rivelato ai primi cristiani anche un terzo Volto in Dio: così, pure la sua forza onnipotente manifesta i caratteri d’una Persona [cfr. Vangelo di Giovanni 16, 7-15].”.
Insomma, il credo cattolico non è un ‘monotreismo’ (l’ho scritto proprio con la ‘r’, per evidenziare l’ossimoro); a me piace pensare, per analogia, all’acqua: una unica ‘sostanza’ o ‘natura’ in tre ‘manifestazioni’ differenti (vapore acqueo, acqua liquida e ghiaccio), ma si prenda questa analogia ‘cum grano salis’.

Giorgio Della Rocca
(professor Ferraris, le assicuro – non dico: le giuro, perché la Bibbia proibisce di giurare – che questo è il mio ultimo intervento sul suo blog, ma se rimuoverà anche questo le giuro, pardon, le assicuro che penserò di lei che è un filosofo che vuole far sparire i fatti per lasciare il posto alle opinioni, che è una specie di ossimoro. Se invece non lo farà continuerò a nutrire verso di lei la stima che ho avuto da quando l’ho conosciuta. Saluto lei e il professor Odifreddi.)


Anonymous - 05:28 PM - Jan. 15, 2008


Precisazione


Nel suo ultimo libro ‘Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)’ il prof. Odifreddi ha analizzato ampiamente la questione del dogma cattolico della Trinità (con relativa distinzione tra ‘unica Natura’ e ‘tre Persone’), ma, come sarà risultato chiaro dal mio precedente intervento, l’eventuale critica (nella parte finale) dal tono scherzosamente ‘minaccioso’ rivolta al prof. Ferraris (“penserò di lei che è un filosofo che vuole far sparire i fatti per lasciare il posto alle opinioni”), nel caso non avesse pubblicato l’intervento, riguardava quella espressione (che ho riportato in caratteri maiuscoli) del prof. Odifreddi presente nel dialogo iniziale, che, in effetti, sembra più una battuta, ma che (spero che su questo si converrà con me), essendo associata alla frase “incomprensibili assurdità che un cattolico dovrebbe credere, per potersi dire tale”, risulta fuorviante relativamente all’effettivo credo cattolico.

Ringrazio e saluto
Giorgio Della Rocca
(Poiché non mi smentisco mai, a chi volesse approfondire il confronto tra la dottrina cattolica e quella dei Testimoni di Geova segnalo anche il recente libro ‘La bibbia dei Testimoni di Geova – traduzione o manipolazione?’ di Paolo Sconocchini [Ed. Elle Di Ci]: pur essendo stato scritto da un ‘don’, in quanto a stile potrebbe gareggiare con quelli di Odifreddi…)


Anonymous - 05:48 PM - Mar. 27, 2008

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Maurizio Ferraris
Babbo Natale, Gesù adulto
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