Blog di Maurizio Ferraris - In cosa crede chi crede?
In cosa crede chi crede?    di Maurizio Ferraris


"...to obey is one thing, to believe is another... belief requires teachers and arguments drawn either from reason, or from some thing already believed."

Thomas Hobbes, An answer to a Book published by Dr. Bramhall..., English Works, IV p. 339.


Sarcasmo violento e bieco affetto

Scambio con Francesco Sandroni

 

Caro prof. Ferraris,

anche se non è mia abitudine scrivere agli autori dei libri che leggo, non riesco a trattenermi dal farle alcune considerazioni sul suo libro Babbo Natale, Gesù adulto, in cosa crede chi crede, anche se non sono un filosofo, ma il libro non sembra indirizzato ai solo addetti ai lavori. Ho iniziato a leggere il libro con molte aspettative: mi considero un credente dubbioso, se mi passa l’ossimoro, cioè aperto alla ricerca dei fondamenti e delle aporie del cristianesimo. Ho pensato che un libro come il suo potesse, in qualche modo, essere di aiuto in questa ricerca. Mi sbagliavo. Ho trovato davanti a me, invece, un testo oscuro negli obiettivi, gratuito e pressappochista nelle affermazioni, parziale nelle verità e di un sarcasmo particolarmente fastidioso, quel sarcasmo violento proprio dei moralisti che deridono l’errante per correggere l’errore.

 

Quello che lei chiama “sarcasmo violento”, io l’ho inteso come “irriverenza”, che considero un atteggiamento intellettualmente legittimo, e quasi doveroso.

 

Iniziamo con ordine, però: oscuro negli obiettivi. Lei inizia dicendo che l’oggetto di analisi del libro è il ritorno delle religioni. Invece parla del presunto ritorno del cattolicesimo. In Italia. Perché questo è un fenomeno esclusivamente e tipicamente italiano.

 

La sfido a trovare un solo passo in cui io dico di parlare di “ritorno delle religioni”, al plurale.  Si figuri cosa importa a me, delle “religioni”. Il sintagma “ritorno della religione” ricorre 11 volte nel libro (e una volta è il titolo di un capitolo), mentre “ritorno delle religioni” non ricorre MAI. Preciso sempre che si tratta di una questione strettamente italiana, come del resto si capisce da ogni passo del libro. Qualche esempio fra i tanti:

P. 15. “Soprattutto, non si sente parlare che di ritorno della religione, di revival della fede che, in Italia, sarebbe poi il Cattolicesimo”

P. 28 “I credenti occidentali postmoderni – e soprattutto i cattolici, esentati dalla lettura della Bibbia –“

P. 30 “questa è una situazione peculiare dell’Occidente cristiano postmoderno, e particolarmente di quello cattolico”.

P. 31: “Ecco dunque lo stato della religione nell’Occidente postmoderno o, più modestamente, nell’Italia di Pera e di Ratzinger”

Ed è proprio su questa base che giustifico il ricorso a letteratura prevalentemente italiana.

 

 Mi chiedo se vale la pena leggere un libro che parla non di cosa crede chi crede in generale, ma a cosa crede un cattolico oggi in Italia.

 

Lei crede che si possa scrivere un libro che spieghi cosa si crede in generale? Che parli di cosa unisce la fede di un cattolico, di un animista, di un satanista? Si tratterebbe di un proposito assurdo, non trova?

 

Ma certo, mi rispondo, sarà pure provinciale ma vivaddio (sarà il caso di dirlo?) siamo italiani! Probabilmente era meglio dirlo prima, però va bene lo stesso.

 

Visto che lo dico nella prima pagina, temo che sia lei a non stare attento.

 

E allora avanti. Ecco che, leggendo ancora, ci si accorge che neanche la nuova vitalità del cattolicesimo italiano è l’oggetto del libro. Certo, si fanno affermazioni importanti sull’ignoranza di chi crede nelle cose che crede ma non è una vera e propria analisi. Non è corroborata da niente e da nessuno. Eppure analisi serie su questo argomento ce ne sono, anche abbondanti e non difficilmente reperibili. Avrebbe potuto citare queste. Ma non lo fa. E non lo fa perché, in fondo, a lei non interessa neanche questo, veramente.

 

Se lei ha abbondanti prove della cultura religiosa degli Italiani, le segnali, invece di evocarle. Se invece ha prove e analisi della loro ignoranza religiosa, ho ragione io e mi chiedo che cosa vada cercando.

 

Ma con chi ce l’ha, allora? Non ce l’ha neanche col papa. Certo, qualcosa bisogna pur dirgli. Ma lei per il papa ha simpatia, la stessa simpatia che ha Berlusconi per Bertinotti: è il nemico come deve essere, un vero comunista cioè, pardon, cattolico.

 

No, le assicuro, per poco che valga la mia opinione, per questo papa non ho proprio nessuna simpatia, e basta leggere il libro per capirlo.

 

Arrivati ai capitoli 6 e 7, però, tutto diventa chiaro, anche se non esplicito: Ferraris ce l’ha con i post-modernisti. Oh! Finalmente. Ci voleva tanto? Sono loro che hanno aperto le porte del pensiero moderno ad una fede secolarizzata, ad un cristianesimo apparentemente risorto ma annacquato dalla mancanza di conoscenza, ecc… Per inciso: è convinto davvero che se non ci fossero stati loro le cose sarebbero andate diversamente? O, invece, non confonde la causa con l’effetto? Comunque sia, nell’accusa ai post-modernisti non è Lyotard l’obiettivo: è solo un relativista. Non è neanche Rorty: è solo uno scettico. Ma allora chi è? Chi è che dopo lo stallo si rivolge allo spiritualismo, «riscoprendo il Cristianesimo o almeno lo spirito che galleggia sulle acque»? Gianni Vattimo? È lui l’obiettivo polemico del libro? Non faceva prima a parlarci direttamente, spostandosi di pochi metri dal suo ufficio, suppongo, invece di scomodare noi lettori facendo finta di voler dire altre cose?

 

Mah, calcolando che alla secolarizzazione è dedicato uno solo dei 12 capitoli del libro, mi chiedo su cosa appoggi la sua affermazione. Capisco che la gratuità ha a che fare almeno etimologicamente con la grazia, ma non può essere così gratuito e pressappochista nelle sue affermazioni. E poi, subito dopo, scrivere:

 

Gratuito e pressappochista nelle affermazioni.

 

Mi sembra che lei non scherzi, come si è visto, anzi, è un professionista. Ma farò il possibile per non cedere al cattivo esempio.

 

C’è una affermazione nel suo libro che è sicuramente marginale nell’economia del discorso ma significativa del metodo e clamorosa nella faziosità che la caratterizza. A pagina 28, dopo aver abbondantemente marcato sull’ignoranza dei “nuovi” credenti dice: «non credo che insistere sugli insegnati di religione a scuola risolva le cose, soprattutto perché non è detto che gli insegnati abbiano le idee più chiare degli allievi». A dire la verità, insistere un po’ sugli insegnati di religione o, almeno, su di un qualche insegnamento scolastico di “cultura cattolica”, poteva sembrare una conseguenza logica delle sue affermazioni. Se lei afferma che, invece, non vale la pena farlo avrà pure dei buoni motivi. Quali? I ricordi di quando (quando?) andava a scuola. Non solo, ma a conferma di questo cita anche e niente meno che i ricordi, sempre scolastici, di un suo amico. Complimenti! Dovrei essere convinto?

 

Io andavo a scuola negli anni Sessanta, essendo nato nel 1956. Crede che nel frattempo siano cambiate le cose? Che gli insegnanti si siano istruiti? Tanto per dirne una, Ratzinger ha detto qualche anno fa che la Resurrezione è da paragonarsi all’Eterno Ritorno di Nietzsche. E lui era l’ideologo, si figuri gli altri.

 

In questo modo, però, per affermare in maniera “credibile” che gli insegnati di religione ne sanno meno degli allievi c’è bisogno di adottare uno statuto epistemologico troppo post-popperiano (post-falsificazionista, post-verificazionista e infine post-scientifico: che sia anche post-moderno?) per essere accettato.

 

Io dicevo solo: quel bravuomo del mio insegnante di religione che sosteneva che il Cristianesimo è la più antica delle religioni. Un argomento futile (l’antichità non è di per sé un merito) e falso anche agli orecchi di un bambino (visto che lo stesso professore sosteneva che gli Ebrei c’erano prima di Cristo). Cosa devo fare? Un’indagine a tappeto sull’ignoranza umana?

 

Immagini se lo stesso criterio venisse adoperato nella lettura del suo libro: che giudizio dare dei docenti universitari? Un branco di faziosi pressappochisti?

 

Ehilà, lei qui passa all’insulto, come si permette? Sinora non uno solo dei suoi argomenti è apparso vero. Fazioso pressappochista, “mi consenta”, sarà lei.

 

A me sembra decisamente migliore (rispetto al suo, s’intende) il “protocollo sperimentale e il regime di prove” prodotto da Paolo per la resurrezione di Gesù.

 

Anche a me. E infatti Paolo dice che Cristo è apparso a lui, come prova, oltre che ad altri. Io dico che a me non è apparso Cristo, ma un insegnante di religione che sosteneva che il Cristianesimo è la più antica delle religioni.

 

Nel resto del libro, poi, è un costante richiamo a questo metodo: ogni volta che lei fa delle affermazioni che non sono strettamente logiche, ma legate a dei riferimenti storici o sociologici (prima tra tutte quella che dice che i nuovi credenti non credono che Gesù è risorto, ed è una delle affermazioni basilari dell’intero libro, e seconda tra tutte quella che afferma l’esistenza di questi nuovi credenti), non le fonda su nulla e al lettore non rimane che un atteggiamento di “fede” nei loro, anzi, nei suoi confronti.

 

Senta, mi spiega perché c’è tutta questa corsa verso la medicina? Se la gente credesse davvero nella resurrezione, non converrebbe piuttosto perfezionare le preghiere? Lei stesso dice che va a fasi alterne, e dunque devo pensare che in certe fasi non ci crede.

 

Parziale nelle verità. La sua tesi è che i fantomatici nuovi cristiani non sanno in cosa credono ma se anche lo sapessero, cioè diventassero vecchi cristiani, si accorgerebbero di credere in cose incredibili: miracoli, resurrezione,… E allora? Chi ha detto che non si può credere alle cose incredibili?

 

La logica: è incredibile, dunque non ci credo.

 

A me dà l’impressione che lei confonda la fiducia con la fede. Io credo, nel senso che mi fido, in quello che è scritto in un quotidiano soltanto se se è credibile, cioè se le sue notizie sono coerenti con il senso comune, con la mia esperienza e con la mia conoscenza: se dà notizie di miracoli e resurrezioni di morti, cioè di cose incredibili, è legittimo avere qualche dubbio (vedi, nella realtà, gli oroscopi). Ma quando si ha a che fare con cose che riguardano il senso della vita, il perché della morte, della possibilità di un’esistenza dopo la morte, cioè se si ha a che fare con cose religiose, allora l’unico atteggiamento credibile è credere in cose incredibili.

 

Dunque, se il giornale le dice che la Madonna è apparsa a Fatima, lei non ci crede. Ma se glielo dice il Papa, lei ci crede. Però, ci faccia caso, se è il giornale che le dice che il Papa sostiene che la Madonna è apparsa a Fatima, cosa fa, non ci crede e telefona al Papa?

 

È la natura della religiosità, non solo del cristianesimo, quello di essere incredibile.

 

Prenda l’Ebraismo, tanto per fare un esempio. Non ci sono i santi, la vergine madre, la trinità, la resurrezione, Maria in cielo e il papa infallibile… Suvvia! Il fatto che lei abbracci una fede particolarmente irrazionale non la autorizza a calunniare le altre.

 

Chi affiderebbe la salvezza dai propri limiti a qualcosa di razionalmente limitato? Pensi se il sacro di Otto o le ierofanie di Eliade fossero credibili quanto sarebbero poco misteriose, tremende ed affascinanti.

 

Guardi, le ierofanie gliele lascio tutte. Certi spettacoli forti mi danno fastidio.

 

Altro discorso è la presunta storicità dell’evento incredibile. La resurrezione di Gesù, come le parole di Dio a Maometto o l’alleanza con il popolo d’Israele sul monte Sinai dopo la liberazione dalla schiavitù d’Egitto (ma queste ultime cose a lei non interessano, forse perché Vattimo crede di credere nel cristianesimo e non nell’islam o nell’ebraismo), sono eventi incredibili che le rispettive religioni affermano essere storicamente accadute. Un rapporto sereno con le scienze moderne, in questo caso con l’analisi storico-critica, necessita in chi crede un’apertura di “credito” nei confronti dei risultati di queste scienze fino alla possibilità della confutazione della propria fede ma le scienze moderne devono, a loro volta, riconoscere, fino a prova contraria, la possibilità dell’incredibile.

 

La invito a considerare la gravità della sua affermazione. Il credente, a questo punto, dovrebbe credere sia a Cristo sia a Maometto, per l’ottimo motivo che sono incredibili, e lo scienziato non dovrebbe dir motto in materia.

 

Finché i vangeli, almeno quelli canonici, non fanno la stessa fine della “falsa e menzognera donazione di Costantino”, per dirla con Valla, o del più recente ma non meno menzognero “Protocollo dei savi di Sion” o dei vari Codici da Vinci, la fede nel Cristo risorto è una cosa possibile, anche se giustamente incredibile.

 

Guardi che quella fine, i Vangeli, l’hanno fatta da tempo, è solo che lei non si è informato. Mi sembra un po’ come un giapponese sull’isola. Ora, vorrei informarla: la guerra è finita, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, per la critica storica, ha lo stesso valore che la donazione di Costantino, e così pure la resurrezione.

 

C’è poi la questione della resurrezione di Gesù e dei miracoli. Lei insiste spesso, anzi sempre, sulla resurrezione di Gesù come fondamentale nell’esperienza religiosa cristiana. Ed è vero. Ma essa è, di nuovo, una verità parziale. Quando Paolo dice che «se Gesù non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede» dice il vero, evidentemente, ma la fede sarebbe stata egualmente vana se Gesù fosse “solamente” risorto.

 

D’accordo. Ma, intanto, per poco che sia (secondo lei!), è anche “solamente” risorto? Noti che questo “solamente” fa un po’ sorridere, non mi sembra che risorgere sia un gioco da ragazzi.

 

Provi ad immaginare se mio nonno risorgesse oggi dai morti: sarei certamente contento per lui e lo sarei anche per me, è tantissimi anni che non lo vedo, ma la sua resurrezione sarebbe un “fatto” che non ha significato religioso.

 

Guardi che se suo nonno fosse risorto, e soprattutto se fosse davvero risorto, tutto l’assetto di tutte le religioni nel mondo sarebbe cambiato. E suo nonno sarebbe il nuovo uomo-dio, che annulla tutte le religioni precedenti, e verrebbe portato in trionfo su tutte le tv. Non sottovaluti suo nonno solo perché è suo nonno…

 

È la resurrezione di Gesù che lo ha, invece, perché è l’atto conclusivo di una vita spesa a rendere significativa una speranza. Il cristianesimo non basa la propria fede su di un semplice “fatto oggettivo miracoloso” ma basa la propria fede su di un “soggetto”, Gesù di Nazareth, che ha avuto delle relazioni significative con delle altre persone e la significatività di queste relazioni hanno avuto il loro sigillo, il loro completamento e compimento nella morte da vittima innocente (è bene non dimenticarlo) e poi nella resurrezione.

 

E come mi spiega allora che Paolo dica che se non fosse risorto la fede sarebbe vana? Guardi che Paolo queste cose che lei dice a proposito di Cristo le sapeva benissimo. Eppure diceva che se non fosse risorto non contavano niente. Credo che avesse ragione, e lei, a voler imbrogliare le cose, finirà per cadere nell’eresia.

 

Considerandola come semplice “fatto oggettivo”, cioè isolandola dalla relazione soggettiva (nel senso di relazione tra soggetti) che le dà significato, lei fa diventare la resurrezione un “feticcio”, ma al gioco dei “fatticci”, come dice Bruno Latour, la resurrezione di Gesù sembra non giocare.

 

Qui non riesco a capire quello che ha scritto, ma saprà lei, e magari mi spiegherà un’altra volta.

 

I miracoli stessi, poi, proprio nei vangeli vengono visti come segni rappresentanti una salvezza, una liberazione che va oltre gli stessi eventi miracolosi: sono significativi perché li fa Gesù e non è Gesù che acquista significato perché fa miracoli.

 

Provi a pensare il contrario. Gesù che dice: “adesso cammino sulle acque”, e sprofonda; dice “adesso moltiplico pani e pesci”, e non succede niente; dice “tramuto l’acqua in vino”, e di nuovo niente. “Alzati e cammina”, e quello sta lì, stecchito…

 

Nei vangeli si sottolinea proprio che i miracoli, se presi in sé stessi, sono ambigui e facilmente male interpretabili e si critica fortemente chi segue Gesù per il desiderio miscredente di segni meravigliosi, degradati a spettacolo sempre a portata di mano. Guarda caso, i vangeli sono proprio d’accordo con quello che lei afferma al capitolo 9: l'aumento della tecnologia non comporta un aumento della conoscenza scientifica, quindi le folle che corrono dietro ai miracoli non aumentano la fede.

 

Ma i Papi che insistono sui miracoli e fanno santi a tutto spiano, prelevandoli addirittura tra i sostenitori degli Ustascia, non è che con quelle folle flirtino un po’?

 

Ed ora veniamo al Papa. Lei afferma che in un paese cattolico chi crede deve credere in qualcosa di visibile, e quindi crede nel Papa, sempre presente in televisione. C'è molto di vero nella premessa ed anche nel passaggio alla conseguenza. Ho l'impressione però che la verità della conseguenza sia solo frutto della contingenza storica e poco dell'essenza della visibilità. Se il Papa oggi ha il monopolio della visibilità lo ha da pochi decenni. E prima in cosa credeva chi credeva?

 

Prima il Papa si serviva di altri mezzi, inquisizione, alleanza con gli stati reazionari (“Santa Alleanza”) ecc. Erano eccellenti modi per far sentire la sua voce, e in tanti casi anche il suo bastone. Per fortuna hanno inventato la tv!

 

Proviamo ad ascoltare cosa dicono i cattolici, quelli consapevoli, i vecchi credenti, e cerchiamo di capire se è ragionevole la loro affermazione. Essi dicono (e qui, per non cadere nel suo errore di metodo, fondo queste affermazioni traendole da qualsiasi manuale di teologia fondamentale o, perché dicono sostanzialmente la stessa cosa, dalla costituzione conciliare Dei Verbum sulla divina rivelazione del Concilio Vaticano II o, ancora meglio, dal Catechismo della Chiesa Cattolica che mi sembrano abbastanza autorevoli per sapere cosa dovrebbero sapere i cattolici)

 

A proposito della parentesi: è come se lei pretendesse di dimostrarmi che gli Italiani conoscono benissimo l’algebra usando come prova il fatto che esistono manuali di algebra…

 

che la visibilità della loro fede è la Chiesa, la comunità dei fedeli, nella quale il Papa è una componente importante quanto vuole ma certo non la esaurisce.

 

Provi a immaginare una Chiesa cattolica senza papa, e capirà quanto problematica sia la sua affermazione.

 

E la comunità dei fedeli non è qualcosa di astratto, di fumoso, di postmoderno, è la realtà delle relazioni dinamiche di una comunità vera: è quel prete, quel catechista, quel volontario della Caritas, il mio gruppo di preghiera.

 

Okay: ma la somma che cos’è? Appunto qualcosa di astratto, di fumoso, di postmoderno.

 

Anche in questo caso non è un "oggetto" ma un "soggetto" collettivo e le sue relazioni significative a rendere visibile la fede cristiana.

 

Io non ridurrei il cristianesimo a un fenomeno di psicologia delle masse... Ma se lei preferisce credere che sia così, è una sua scelta e l’ha detto lei, non io.

 

Collegato a questo discorso c'è poi l'affermazione del sapere per credere. Sono d’accordo con lei che, soprattutto oggi ma credo anche nel passato, non si può credere senza sapere. E se sapere è solamente conoscenza intellettuale allora ha pienamente ragione lei: i presunti nuovi cristiani, sempre che credano senza conoscenza cosciente e consapevole, sono falsi credenti. Ma il sapere si riduce a sola conoscenza intellettuale?

 

Il sapere, sì. Lei “sa” coi piedi, per caso? No, lei sa con il cervello, penso. Cioè con l’intelletto, se non sbaglio.

 

A me sembra abbastanza evidente che se la fede cristiana si costruisce su di una relazione allora il sapere sarà un sapere esperienziale, dinamico, aperto, mai oggettivabile definitivamente.

 

Ci risiamo, mai oggettivabile ecc. ecc., dinamico ecc. ecc. Ma quando si tratta di far mancare il quorum al referendum, allora si va giù precisi e oggettivi.

 

Non è detto che i suoi nuovi cristiani, sempre che siano poi così diversi dai veri vecchi cristiani, anche se non sanno dire precisamente in cosa credono non siano cristiani lo stesso: forse sono in cammino, forse non hanno le categorie per rendere esplicito ciò che in loro è implicito, forse altro ancora.

 

Come dire: in fondo, chi se ne frega? Basta che facciano numero. L’aritmetica è l’ossessione cattolica.

 

La realtà del ritorno del cattolicesimo in Italia è una realtà molto più complessa di quella che vuole farci apparire lei nel suo libro, la cui semplificazione è evidentemente funzionale non alla conoscenza ma alla bieca avversione polemica.

 

“Bieco” sarà lei, la invito a moderare i termini.

 

Ci sarebbero anche altre cosa da aggiungere ma non vorrei togliere troppo tempo al suo lavoro. Devo dire che, nei miei confronti almeno, il suo libro ha avuto il merito di confermarmi nella fede cristiana, anche se ho l'impressione di non potermi mai distanziare definitivamente e con successo dall'abisso della mancanza di fede. Mi conforta che, per la stampa del libro, non siano stati tagliati alberi (sempre che sia vero quello che c'è scritto nel retro di copertina).

Con affetto,

 

Francesco Sandroni

 

Fermo, li 26 novembre 2006

 

Ecco, io non capisco come una persona possa dire “bieco” e poche righe dopo congedarsi “con affetto”. Misteri della fede, che lascio tutti a lei, almeno quando nella sindrome bipolare che si diagnostica inclina per il credere invece che per il non credere.

 

Maurizio Ferraris

 

New York,  26 novembre 2006

 

10:20 PM - Nov. 28, 2006


Commento senza titolo


Mi scusi il ritardo, ma ho letto il blog per caso ...
Bene, premetto che il discorso della fede, "credo", sia difficilmente risolvibile, o meglio chiaribile ai credenti e poi quali sono i credenti? Gli idolatri - sartrianamente parlando - in malafede o i "cavalieri della fede" che devono accettare il "paradosso" , abbandonando l'universale per l'assoluto (come sostiene Kierkeegard)?
Io, preciso, non sono cattolico, nè di alcuna religione. Non mi sento d'altronde di negare ciò che potrebbe pur essere, ma neppure di crederlo così, appunto, per fede! Forse, più che ateisticamente, agnosticamente, potrei ammettere anche l'esistenza -al di là del fallimento di tutte le prove ontologiche e non sull'esistenza di dio forniteci dalla storia (da Anselmo, a Kant ...) - di un qualcosa di "superiore", se questo "credere" non mi si imponesse dogmaticamente, come una ragione assoluta che in vece di una onniscienza assoluta, non voglia sentire ragioni, anzi andando spesso contro la ragionevolezza stessa ( contro il legittimo diritto all'aborto, il divorzio, alla procreazione assistita, alla ricerca staminale, ecc). Ecco, posso dire che così come posso definirmi malcomixiano, subcomandantemarcosiano, cheguevariano, marthinlutherkinghiano, gandhiano, allora si, ma solo negli stessi termini, allora posso dirmi "cristiano". Posso credere nell'uomo "Cristo", Gesù di Nazareth come uomo che , indipendentemente o in una sorta di epochè ontologica dalla sua divinità, pur errando anche lui, abbia comunque tentato di rivoluzionare l'esistente d'allora: il predominio fariseo, per tentare di portare eguaglianza, per esempio degli Am-ah aretz, i contadini dell'epoca, sebbene mi chieda dubbioso: " E la sciavitù avallata e manifestata nella Bibbia?". Perchè, mi domando, i credenti cattolico-cristiani non possono credere in una figura, prescindendo dalla sua divinità? Beh, la mia umile e forse banale risposta è che credere che un "semplice" uomo sia in grado di fare ciò che invece si "vuole credere di credere" possa fare solo una divinità; concedere il coraggio di "andare contro", di agire, di muoversi contro un'irrazionalità e una palese ingiustizia comunemente accettata a un semplice solo umano uomo (esistono certo uomini dis-umani, ma certo non uomini non-umani), comporterebbe ammetere, al medesimo tempo, la colpa di ogni uomo, nel non voler, e non nel non poter fare altrimenti. Insomma, dire che l'uomo Cristo è risorto, è dire che non era umano e che quindi "noi" ( loro credenti) siamo giustificati nella nostra passività; è dire che ci comportiamo disumanamente.
Quanti "Cristi" non unti hanno portato la loro croce e continuano a portarla nella storia e sono morti, ancor prima che fisicamente, nella memoria?
Credo che sia diritto di un credente credere, ma se credere è accettare il paradosso, quando questo paradosso implica avallare e implementare l'irragionevolezza, la dignità di una vita certa "hic et nunc", vissuta ora (appoggiare certe posizioni, antilaicamente, contro la persona stessa ...) per una presunta "altra vita" , allora, se credere deve significare metere in secondo piano l'esistenza per una non esistenza, allora no, non capisco come un credente possa poter credere.O forse proprio la fede è la più palese epifania della malafede!

Perdoni la lungaggine, ma i toni di questa discussione, mi hanno assai coinvolto, soprattutto per quegli attacchi o quei dogmi dietro i quali i credenti si celano, quando si critica con delle ragioni fondate, l'infondatezza delle loro credenze.
Chissà, se un giorno, dopo una catastrofe dei nuovi esseri umani trovassero un testo della "Divina commedia", venerebbero una corona d'alloro?!
Grazie per l'attenzione, saluti ...
un suo studente.


M.Torino - 11:36 PM - Jan. 6, 2007


Cristo e il subcomandante Marcos


Tra le molte cose che ha scritto, privilegio quella che mi pare più importante per il nostro discorso. Lei suggerisce: se Gesù ha fatto bene, perché non credergli come si crede a tanti emancipatori, che so, al subcomandante Marcos? Be’, se il subcomandante avesse detto di essere il figlio di Dio e il re di Israele (o il figlio di Quetzalcoatl e il re del Messico), se Gandhi avesse vantato parentele con Visnù e pretese sull’India, li considereremmo dei truffatori o degli esaltati. E se ci dicessero che dopo la morte son risorti considereremmo truffatori o esaltati quelli che ce lo raccontano. Ecco il punto. Non è possibile credere semplicemente in Cristo, prescindendo da quello che si dice abbia detto e da quello che si dice abbia fatto, e considerando che questo “si dice” è tutto quello che sappiamo di lui.


Ferraris - 03:16 PM - Jan. 7, 2007


Credere di in chi crede di credere


Mi trovo d'accordo con lei, ma, volendo affrontare il discorso da un punto di vista prettamete teoretico-critico - e, lo ribadisco, di un non credente in quell' "oppio dei popoli" che io ritengo siano effettivamente le religioni - in quanto "filosofante" mi domando: Gramsci ha scritto dei testi, Marcos, Guevara, ecc, parimenti, come dire: loro "hanno detto". Ma, come lei precisa giustamente, di Gesù "si dice" abbia detto o fatto e allora, per ritornare al tema del suo libro e riprenderlo per rafforzarlo: a chi si crede di credere? Mi sembra di rivedere un'antinomia kantiana e l'andare a ritroso delle cause. Insomma, "si" crede di credere al Papa, il quale a sua volta "crede di credere" non a Cristo, a ciò che egli ha detto, ma a ciò che gli apostoli (chissà poi su quale metro di giudizio credere di credere solo ad alcuni, quattro, di essi e non ad altri "apocrifi") dicono lui abbia detto o fatto: in questo senso Cristo non ha detto nulla! Come dire, i credenti credono di credere in chi crede di credere (il Papa) in ciò che "si" crede alcuni abbiano visto, credendo che solo alcuni abbiano visto e narrato con verità, mentre altri no. Insomma tutti credono di credere, ma se già il soggetto è difficilmente vago e determinabile, l'oggetto di questo credere che è il credere stesso, dove si situa? E' un circolo infinito e , in fin dei conti, in cosa credono di credere, se non in ciò che si dice sia creduto, questi credenti? Se il credere non ha un oggetto, un predicato ma solo un soggetto è un credere inconcepibile, come sarebbe inconcepibile una coscienza senza intenzionalità.
Scusi il gioco di parole, ma il "gioco" della fede, spesso non si riduce - quando si tenta di comprenderne il senso - che a questo (senza sminuire l'importanza del linguaggio, è chiaro).
Saluti M.


M.TORINO - 04:25 PM - Jan. 7, 2007


GLI EDITORIALI DI ANTONELLO DE PIERRO DIRETTORE DI ITALYMEDIA.IT


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Finalmente liberi!

di Antonello De Pierro

Era ora! La legge che pone fine all’obbligatorietà del servizio di leva è finalmente una realtà. Termina così la girandola di amarezze e delusioni che la stragrande maggioranza dei nostri giovani, chiamati ad assolvere gli obblighi di leva, è stata da sempre costretta ad incassare, perdendone abbondantemente il conto. Il festival dell’ingiustizia, delle assegnazioni e dei trasferimenti incredibili, decisi al tavolo delle raccomandazioni e dei clientelismi, senza nessuna logica o pudore di sorta: soldati spediti da Palermo a Udine, braccia “rapite” dallo Stato a famiglie bisognose, e rampolli privilegiati, parcheggiati nell’ufficio dietro casa. Il Rubicone della vergogna, attraversato sfacciatamente dai burattinai degli uffici di leva e delle caserme, muovendo inesorabilmente i fili del destino di ragazzi impotenti, spesso sacrificati sull’altare di frustrazioni personali dei superiori, finalmente sta per prosciugarsi. La “pacchia” dei graduati, abilissimi nel sottomettere giovani inermi, facendosi scudo con le opinabilissime leggi militari, che schiacciano, marciandoci sopra con i cingoli, la loro dignità, inizia a intravedere il tramonto. Chi pulirà le caserme, i “cessi” putridi e puzzolenti, le stanze e gli uffici degli ufficiali e dei “marescialloni” spocchiosi? Chi spazzerà i cortili per ore, spettacolo preferito dalle pupille dei graduati, attenti affinché venisse raccolta anche la “cicca” più minuscola (ottimo esercizio per chi avesse voluto impiegarsi come operatore ecologico al termine del servizio di leva, ma perfettamente inutile per la formazione di un soldato)?Chi impartirà lezioni gratuite di latino, greco, matematica o fisica ai figli “somari” di colonnelli e generali, quando il ragazzo laureato preferirà affrettassi a trovare qualche spiraglio nel muro di gomma del mondo del lavoro, piuttosto che seppellire un anno della sua vita nello squallido grigiore di una caserma? Particolarmente difficile appare in questi giorni penetrare quel guscio di riservatezza, che protegge come un’armatura l’universo militare dal mondo dei civili. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ha dribblato con sorprendente abilità la richiesta di un’intervista da parte del nostro giornale. Ma noi, che non amiamo assolutamente mettere il morso alla nostra inarrestabile voglia di verità, non possiamo sorvolare su gravi episodi legati alla moritura “naja”, nutrendoci al banco della nostra esperienza diretta, dove troviamo ricordi che ancora passeggiano vivi nella nostra memoria. Come possiamo non toglierci il sassolino dalla scarpa, foderandoci gli occhi con il prosciutto, di fronte alla verità che preme per scivolare tra le righe di un foglio provvisorio di giornale? Per ognuno un film lungo un anno e con all’incirca lo stesso copione, fatto di angherie, soprusi, arbitrarie privazioni della libertà personale. Un anno trascorso vivendo di nulla ai margini del nulla, con la rassegnazione pronta a spegnere immediatamente qualsivoglia ruggito di vitalità. Finalmente si volta pagina. Agli occhi di chi scrive la memoria mette a fuoco fotogrammi spaventosi. Ragazzi avviluppati dalla spirale del sistema militare, privati della volontà, della dignità stessa di esseri umani, ridotte a puro sussurro. Costretti a subire turpiloqui e ingiurie a più non posso, senza la possibilità di reagire; a mangiare con le mani e ad elemosinare un bicchiere d’acqua nella desolazione dell’Ospedale Militare di Firenze; a dormire con cinque coperte e cinque maglioni in gelide camerate senza riscaldamento (naturalmente nelle camere confortevoli degli ufficiali il caldo era insopportabile); a subire incredibili atti di “nonnismo”, a fare flessioni sulle braccia, portando il naso a due dita da una nauseante quantità di “merda”, troneggiante in bella mostra sul biancore di una “turca”. E molto altro congelato nei file mnemonici degli sventurati protagonisti. Spesso qualcuno più debole non ha retto e ha deciso di chiudere i conti con la vita prima del congedo. Con sorprendente rapidità, sugli scandali sanguinolenti, è sceso sempre puntualmente il velo del silenzio e dell’omertà.
Tutto ciò sarà presto finito. Finalmente!


Anonymous - 09:23 AM - Jul. 4, 2007

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Maurizio Ferraris
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Bompiani, pp. 151, Euro 11.00
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