Una religione identitaria

 

Egregio Professore,

 

ho appena letto il suo libro Babbo Natale, Gesù adulto, che ho trovato molto interessante e stimolante, in particolare nell’analisi del processo di secolarizzazione della religione cristiana e delle differenze tra ”vecchi” e ”nuovi” credenti. Ho trovato molto suggestivo il parallelo tra le tre fasi del postmodernismo e la settimana santa, col venerdì santo della ”morte di Dio”, il sabato del silenzio ”ironico” del pensiero e la domenica della resurrezione del sacro e dello spiritualismo. La Sua conclusione è che ciò ”in cui crede chi crede” è, in definitiva, il papa.

A mio avviso, questo vale, per l’appunto, per chi crede, ma ho l’impressione che, almeno nello spaccato di società italiana che conosco direttamente come persona che vive a Torino, i credenti siano solo una parte di quelli che si dicono e si sentono cristiani.

Mi sembra interessante quindi chiedersi che cosa intenda per cristianesimo chi si sente cristiano senza avere una grande vocazione per la fede.

Penso che per questi numerosi cristiani la religione sia soprattutto un fatto identitario. La chiesa è l’istituzione che rappresenta e sostiene il loro modo di vivere e la loro visione del mondo e li differenzia da chi vive in modo diverso e, con la propria presenza e differenza, minaccia la tranquilla stabilità del loro ordine sociale, si tratti degli immigrati musulmani, degli omosessuali che chiedono il diritto di sposarsi o degli intellettuali ”radical chic” che mettono in discussione valori e abitudini tradizionali.

Per questi cristiani il dogma teologico è poco importante: si rendono conto che per l’istituzione ecclesiastica è necessario avere una dottrina teologica, ma sono ben contenti di delegarla al papa e al clero. Nonostante passino l’infanzia e l’adolescenza tra catechismi, oratori, sacramenti (battesimo, comunione, cresima) e ore di lezione di religione a scuola, per la maggior parte arrivano all’età adulta che non sanno praticamente nulla della dottrina cristiana, perché non l’hanno mai ritenuta davvero importante.

Ritengono poco importante anche la morale cristiana: appoggiano con vigore le battaglie della chiesa contro il divorzio, l’aborto, l’eutanasia e quant’altro, ma solo perché si rendono conto che esse rafforzano l’istituzione. Nel loro privato, invece, non si fanno troppi problemi a separare ciò che Dio ha unito o ad amare prima e fuori dal matrimonio e a contraddire continuamente nei fatti (purché non si sappia troppo in giro) quel che predicano in pubblico, perché l’importante non è come si comporta il singolo, ma che la chiesa trionfi sui suoi nemici.

Per quel che riguarda i valori di solidarietà e tolleranza, per ogni cristiano che s’impegna in lodevoli opere di carità e volontariato, quanti sono quelli che, nonostante o addirittura in nome della propria identità cristiana, vorrebbero ripulire le nostre città dall’ingombrante e inquietante presenza dei troppi stranieri che le affollano? Costoro non contestano la politica della chiesa di accoglienza degli stranieri: è suo compito e fa parte delle regole del gioco; ma non si pretenda che lo stesso valga per il popolo dei cristiani (d’altronde i lavavetri e i ladruncoli vengono a infastidire noi, mica il papa!).

Perfino il papa non è per tutti oggetto di autentica fede (anche se Giovanni Paolo II con il suo carisma ha suscitato un rinato entusiasmo per l’istituzione pontificia): spesso questi cristiani giudicano papi, vescovi e preti, criticandone idee e scelte e riconoscendone benissimo gli umani limiti e le debolezze/nefandezze. Il clero va comunque rispettato e difeso (tranne in casi di comportamento particolarmente grave), perché, ancora una volta, quel che conta è l’istituzione, non gli uomini che più o meno degnamente la rappresentano.

A chi si è chiesto ”in che cosa crede chi non crede”, Lei ha risposto con molta intelligenza ”in che cosa crede chi crede”. A mio parere, è interessante chiedersi anche: il cristiano medio crede o non crede?

 

Con stima,

 

Sergio Parmentola

 

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L’Indice puntato

 

L’Indice puntato 

In cosa crede chi crede

Maurizio Ferraris, Ermis Segatti, Maria Turchetto, Carlo Augusto Viano

 

I credenti occidentali molto spesso non hanno che una vaga idea del Dio in cui affermano di credere, dei dogmi e del sapere su cui è fondata la loro religione. L’incredulità di fondo viene così mascherata dal fatto che l’oggetto della fede è talmente impreciso da non risultare impegnativo per chi dice di credere e insieme molto malleabile rispetto alle esigenze del nostro tempo.

Ne discutono, a partire dal libro di Maurizio Ferraris ”Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede” (Bompiani), l’autore, un teologo, un rabbino, due filosofi.

 

un mercoledì da lettori

FNAC via Roma 56 – Torino

mercoledì 24 gennaio ore 18

Per informazioni: 011- 6693934 ufficiostampa@lindice.net

 

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Turchetto integrale

 

Sull’Indice di gennaio è uscita la recensione a Babbo Natale di Maria Turchetto. La ringrazio moltissimo, e pubblico qui la versione integrale, visto che quella uscita a stampa ha dovuto essere tagliata per ragioni di spazio. Ricordo che tutte le recensioni di Babbo Natale (almeno quelle che ho visto) si trovano a questo link:

http://www.labont.it/ferraris/BOOKS/031_Babbo_Natale.asp

 

Qualche tempo fa sul Corriere della Sera (2 dicembre 2006) Antonio Carioti salutava simpaticamente Il ritorno degli atei: che non sono mai andati via, spiegava, citando un articolo di Carlo Augusto Viano (Elogio dell’ateismo, in MicroMega n.5, 2006), ma magari si dichiaravano agnostici «per apparire più rispettosi verso i credenti». Persone discrete, gli atei: mica vogliono convertire il prossimo. E nemmeno alzerebbero la voce, a lasciarli in pace. Certo, se le chiese diventano arroganti, se i cardinali scendono in politica e i papi invadono le televisioni – beh, dovranno pure farsi avanti e dire la loro.

I filosofi di Torino sono all’avanguardia in questo outing dell’ateismo: Viano, appunto (Le imposture degli antichi e i miracoli dei moderni, Einaudi, Torino 2005; Laici in ginocchio, Laterza, Bari 2006); ma anche Pietro Rossi (Il pontefice e i filosofi devoti, in Nuova Informazione Bibliografica n. 4, 2005). Forse perché a Torino una ventata di illuminismo c’è stata, tra gli anni ’40 e ’50, come ricorda Viano nel libro sui miracoli. O forse perché a Torino c’è un bizzarro ‘filosofo devoto’ che li ha particolarmente scossi: quel Gianni Vattimo che ha indebolito il pensiero fino a ‘credere di credere’ (Credere di Credere, Garzanti, Milano 1996). Maurizio Ferraris si aggiunge ora alla agguerrita compagine degli ‘atei confessi’ (per usare una sua espressione) con Babbo Natale, Gesù Adulto, godibile pamphlet che fin dal sottotitolo pone una domanda imbarazzante: in cosa crede chi crede?

Volete che vi riassuma questo libretto? Ma no, dài, non voglio levarvi il gusto di percorrere da soli questa gradevole passeggiata intellettuale che, partendo dal ‘ritorno della religione’ di cui oggi si parla a ogni piè sospinto, cerca di misurare la distanza che separa i ‘vecchi credenti’ (non le vecchine vestite di nero, precisa l’autore, ma «gente come Paolo, che pretendeva le prove») dai ‘nuovi credenti’ contemporanei, abitatori del Postmoderno di fatto increduli – e ignoranti – della dogmatica: gente che crede vagamente, debolmente, metaforicamente a un ‘c’è qualcosa’, a un Gesù Cristo brava persona cui ispirarsi per essere buoni, a personali bricolage religiosi spesso più superstiziosi che devoti, oppure se la cava, per l’appunto come Gianni Vattimo, con un ‘credo di credere’. Ecco, vi lascio da soli a questo percorso – ma siccome sono cattiva vi dico come va a finire. Una credenza così svaporata, così priva di contenuto difficilmente sta in piedi: troppo poco ‘impegno ontologico’ per reggere, dice Ferraris che di ontologia se ne intende (dirige il Centro Interuniversitario di Ontologia Teorica e Applicata, apprendo dal risvolto di copertina). Vedrai che i credenti credono in qualcos’altro. «Siamo arrivati al dunque: in un paese cattolico, in cosa crede chi crede? La risposta è molto semplice: crede in quel che vede – alla tv […] – cioè crede nel Papa» (p.123). Non nel Dio Nascosto, ormai troppo vago per dare contenuto a una credenza, ma nel Papa Televisibile, storicamente e geograficamente determinato e per di più – se è un buon papa – carismatico: un leader per cui si può tifare e a cui si possono delegare le decisioni in materia di morale e – perché no? – di politica. S’invera così la tesi sostenuta nel 1819 da Joseph de Maistre in Il Papa: «La tesi è che il solo cristiano è il cattolico, e che il cattolico è tale non perché crede in Dio, ma perché ubbidisce al Papa» (p. 128).

Bene, ora che vi ho detto da dove si parte e dove si va a parare – una bella conclusione spiazzante, non vi pare? – vi lascio soli a percorrere il sentiero argomentativo intermedio, ricco di spunti e di personaggi curiosi, da Sant’Agostino alla Fattucchiera Nocciola, passando per Meister Eckhart, Papa Ratzinger, Woody Allen, Immanuel Kant, Lucio Dalla, Richard Rorty, Marcello Pera e tanti altri. Posso lasciarvi, allora? Scusate, sono un po’ apprensiva – sapete come siamo noi donne. Il fatto è che c’è qualche passaggio tortuoso, qualche giravolta, qualche ridondanza, qualche citazione di troppo – almeno per il genere pamphlet. Quando si sceglie il canone della leggerezza – e approvo di cuore la scelta – bisognerebbe coniugarla con la rapidità, come insegnava Italo Calvino, sacrificando se occorre qualche buona battuta. Ma ecco che ridivento cattiva – che brutto carattere. No, ripensandoci in realtà ha fatto bene, Maurizio Ferraris, ad allungare un po’ il brodo, a insaporirlo con il sale della cultura e il pepe dell’ironia, a scegliere quella spiazzante copertina (una Madonna che culla un piccolo Babbo Natale) e a farcelo trovare in libreria a fine novembre: una bellissima strenna. Una manna per noi atei che non sappiamo mai cosa regalare a Natale. Un ateo regala ben volentieri questo libretto a un altro ateo, che si divertirà a leggerlo e arricchirà la sua panoplia di argomenti e battute anticlericali. Un ateo regala volentieri questo libretto anche a un credente, per prenderlo bonariamente in giro. Ci vuole sensibilità, però: non regalatelo alla vostra zia bigotta, povera donna, regalatelo piuttosto a un credente sapientone: a Gianni Vattimo, per esempio (mi viene un sospetto: non è che Ferraris ha scritto questo libro per regalarlo a Vattimo per Natale?).

 

Un’ultima cosa, a proposito di Vattimo – poi vi lascio davvero alla vostra passeggiata. Non sarà che i filosofi torinesi  prendono un po’ troppo sul serio la faccenda del ‘pensiero debole’? E non sarà che sottovalutano, di conseguenza, la forza del pensiero scientifico? Perché a praticarlo un po’, anche superficialmente, il pensiero scientifico si rivela di ben altra consistenza rispetto al budino postmoderno che Ferraris – ma anche Viano – ci mettono davanti agli occhi? Non è mica vero che l’esito delle ‘crisi dei fondamenti’ novecentesche sia un irrimediabile scetticismo in cui tutto fa brodo, qualsiasi enunciato è una ‘stronzata’ (non dico parolacce, cito Harry G. Frankfurt, Stronzate, Rizzoli, Milano 2005) e non ha senso distinguere mito e scienza, visto che gli etnologi ci assicurano che «la visione scientifica del mondo è una mitologia occidentale, non diversa, in linea di principio, dai culti della dea Kalì» (ora incece cito Ferraris, p. 87). Questo possono pensarlo forse quei filosofi italiani che, a causa delle disgraziate vicende culturali del nostro paese, hanno perso irrimediabilmente i contatti con il mondo della ricerca scientifica – ma non lo pensano certo gli scienziati, e nemmeno i filosofi della scienza (con l’ovvia eccezione di Marcello Pera, che però non conta). Non è mica vero che se «le pratiche scientifiche sono determinate da paradigmi storicamente condizionati, allora anche l’oggettività va in fumo» (pp. 77-78), che «quello che conta non sono i fatti, bensì le interpretazioni» (p. 71). Questo, francamente, mi sembra l’esito di una indigestione ermeneutica – ma la filosofia non è tutta lì, e certamente non è tutta lì la scienza. Certo, la scienza non esibisce più un empirismo ingenuo, il ‘nuovo spirito scientifico’ – per usare il titolo di un testo di Gaston Bachelard che ritengo tutt’ora insuperato su tali questioni – tratta in modo assai sofisticato i rapporti tra teoria ed esperienza, eppure va avanti a sperimentare, misurare, verificare, formulare e riformulare, e a sottoporsi al giudizio di una comunità scientifica che non pratica affatto un relativismo assoluto o uno scetticismo senza scampo, ma un razionalismo avvertito.

Non è nemmeno vero che ogni scienziato se ne stia lì, rinchiuso nel suo specialismo superspecialistico, impotente a comunicare col mondo e persino con i colleghi, inascoltato perché «non conosce che una parte infinitesimale dello scibile» (p. 98). Il mondo della scienza non conosce solo la deriva delle specializzazioni, ma anche processi di unificazione – oggi, ad esempio, nei campi della biologia, della chimica cellulare, delle neuroscienze, della paleontologia, della genetica e della genomica – entro vasti orizzonti teorici – oggi, ad esempio, la riformulazione della teoria dell’evoluzione a valle della ‘sintesi moderna’ – che non mancano di avere ricadute in termini di ‘visione del mondo’ – perché altrimenti i ministri teocon toglierebbero Darwin dai programmi scolastici? E’ vero, siamo circondati dalla tecnica, più che dalla scienza, come sostiene Ferraris nell’ottavo capitoletto, cioè da oggetti – computer, vasi, coltelli o astronavi che siano – che di per sé non aumentano la nostra conoscenza del mondo. Ma se si insegnassero un po’ meglio e un po’ di più le materie scientifiche nelle scuole – alla faccia delle ore di religione – forse anche la scienza ci circonderebbe un po’ di più, e l’esecrata società dei miracoli potrebbe beneficiare di qualche influenza materialista.

Ora vi lascio davvero, ragazzi, e scusate se l’ho fatta lunga. Seguite il consiglio di Maurizio Ferraris: «intanto credere alle cose credibili invece che a quelle incredibili, e poi, anche quando si viene alle cose credibili, contare fino a trentatré prima di crederci» (p. 66). Ma seguite anche il mio, di consiglio: studiate un po’ più seriamente le materie scientifiche. Non venitemi a dire all’esame che ‘Copernico ha scoperto che il Sole gira intorno ai pianeti’, come ha fatto quello studente di cui racconta Ferraris (p. 95). Perché Ferraris magari ve la passa, in nome del Postmoderno, ma io vi butto fuori con infamia – siete avvertiti.

 

Maria Turchetto

 

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Chi ha paura della teologia?

 

Trovo particolarmente pregnanti i suoi rilievi circa la differenza fra il Cristianesimo primitivo e quello successivo, culminante appunto nei nuovi credenti: il primo tutto occupato da preoccupazioni teologiche (la Resurrezione, il dogma trinitario, il problema del Male etc.), il secondo, tutto rivolto alla morale e alla politica, e totalmente dimentico delle questioni teologiche. Questa differenza mi colpì studiando la storia della filosofia all’università: m’appariva sorprendente che per il Filioque si facesse uno scisma, e che tante discussioni suscitasse il problema della transustanziazione, cose delle quali udivo parlare per la prima volta. Qui credo si debba fare una premessa: io non ho frequentato scuole cattoliche, ma solo scuole statali (anche se piuttosto clericalizzate: tutti questi insegnanti comunisti io non li ho mai incontrati!), mentre al catechismo ho ricevuto più insegnamenti morali che non religiosi. Al liceo la patristica l’ho studiata assai poco, e quindi ho conosciuto il cristianesimo primitivo e le sue dispute teologiche (peraltro interessantissime) solo all’università. Ecco, mi colpì molto la differenza coi tempi attuali, in cui di questioni teologiche non si parla, dedicandosi esclusivamente a problemi di preservativi, procreazione assistita, embrioni, interruzione volontaria di gravidanza, divorzio, pacs, etc. E di fronte a tali dispute mi sono posto anch’io il problema: ma quanti sanno davvero cosa vuol dire essere cristiani, ossia in cosa bisogna credere per essere tali? E quanti hanno credenze ortodosse (ai sensi di Concili) e quanti invece sono degli eretici? Ricordo che, quando ancora studiavo giurisprudenza (nei primi anni ’90) un mio amico sosteneva che molti cattolici erano in realtà su posizioni protestanti, pur senza saperlo: semplicemente perché, nel dirsi cattolica, la maggior parte della gente non conosce i requisiti della cattolicità.

Penso che l’abbandono della teologia a favore della politica e della morale (anzi del moralismo) segni un impoverimento teoretico e latu sensu culturale, che lei ha ben espresso nella credenza e ubbidienza al Papa. Un impoverimento perché la credenza è totalmente svuotata, ridotta ai raduni mediatici dei Papaboys, ai quali basta far poche domande per scoprire una sconfortante ignoranza in materia di teologia. Condivido quindi il suo punto di vista relativo alla non credenza dei nuovi credenti, totalmente secolarizzati (ed infatti essi si occupano di problemi ”secolari” quali i pacs e la fecondazione assistita). Bei tempi, quelli in cui si disputava sul Filioque e sulla natura dello Spirito Santo! In qualche modo là un po’ di trascendenza c’era, ora invece si parla soltanto di cose terra terra.

Con questo non voglio però sostenere che la religione debba occuparsi solo di questioni teologiche: penso infatti che debba occuparsi anche di morale. Cosa che però non fa: perché in realtà ciò che per lo più pratica, è moralismo, e non morale vera. Credo che i Vangeli (non solo quelli Canonici, ma anche quelli Apocrifi) possano insegnarci cose utili in materia morale, senza occuparsi di pacs ed embrioni. Ad essere onesti, per esempio, a non fare gli sgambetti ai colleghi, ad aiutare il prossimo etc., non diversamente dalla morale kantiana. Il problema è che una cosa è dire, una cosa è fare: è più facile andare a messa e votare contro la procreazione assistita che essere davvero buoni. In questo devo ammettere di essere stato condizionato dal catechismo: si studiava poco la dogmatica, in compenso ogni settimana dovevamo prendere con noi stessi un impegno (aiutare la mamma in casa, cercare di essere amico con un compagno con cui avevamo litigato etc.) e portarlo concretamente avanti. Il tutto sulle orme di Gesù, naturalmente. Ecco, so che questi impegni non sono necessariamente legati a Gesù e alla fede, però sarebbe molto meglio se la Chiesa cercasse di far diventare gli uomini più buoni che non occuparsi delle loro abitudini sessuali, dei loro embrioni, delle loro storie famigliari etc.

Si capisce da quello che dico che la mia personale posizione in materia di fede è un po’ diversa da quella riportata in chiusura del suo libro, ma il mio credere in Dio non mi esonera dal precisare meglio il contenuto del mio credo (il suo discorso sulla resurrezione l’ho preso molto sul serio, e ci rifletterò su, in effetti è una cosa che ho un po’ trascurato), precisandolo il più possibile. Per evitare quel ”credere di credere” che in effetti non mi è mai apparso molto convincente.

Devo dire che anche io ho attraversato una fase atea, intorno ai vent’anni, come accade spesso a quell’età, e ho poi ritrovato la fede, una fede sempre aperta al confronto e all’approfondimento. In questo ritrovamento è stato importante proprio lo studio della filosofia, quella delle origini cristiane e il neoplatonismo, studiato in un bel corso del Prof. Klein. Non sono stato folgorato da visioni e voci divine, e mi confronto anche con altre religioni, cosa che penso sia salutare, anche solo per evitare l’integralismo. Ok, adesso basta, queste mie credenze personali sono di scarso interesse ed indugiano troppo all’autobiografismo (o a una confessione, visto il tema).

Volevo ancora fare alcune considerazioni in merito ad Auschwitz (toponimo tedesco, in polacco la cittadina si chiama Oswecim), che ho visitato quest’estate. Credo che non sia del tutto corretto parlare di una sua ”cattolicizzazione”, in quanto penso che i ”martiri” cristiani in esso ricordati vadano considerati innanzitutto dei Polacchi, prima ancora che dei cristiani. Molti campi di sterminio si trovano in Polonia, in essi sono stati uccisi anche dei Polacchi, oltre che Ebrei, Rom, etc.. Questi Polacchi erano anche cattolici, certo, ma erano prima di tutto dei Polacchi, delle vittime e non dei martiri: c’è insomma una componente nazionale importante, dietro alla presenza di simboli cattolici nei campi di sterminio. E credo che la Polonia abbia subito pesantemente la barbarie nazista, alla quale oppose anche resistenza (a questa proprio ad Auschwitz è dedicato un bel padiglione). I campi di sterminio sono monumenti alle vittime, non solo quelle della Shoah, ma a tutte le vittime, di qualsiasi nazionalità e fede esse siano: almeno questa è l’impressione che ne ho ricavato questa estate, visitando, oltre ad Auschwitz – Birkenau, Majdanek e Treblinka. E devo dire che ad Auschwitz ho trovato molte informazioni sul genocidio dei Rom, del quale si parla assai poco.

Ok, adesso ho veramente concluso, per cui le faccio ancora i complimenti per il suo brillante libro, e auguro a lei e alla sua famiglia un 2007 carico di serenità e soddisfazioni.

 

Ezio Chionio

 

P.S. Colgo l’occasione per consigliare la lettura (se non l’avesse già fatta) del bel libro di Amartya Sen ”Identità e violenza”, Laterza, 2006, un bell’antidoto all’integralismo religioso dei tempi che corrono.

 

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Romolo e Remolo

Con Nicola Gaiarin 

Caro Ferraris, le invio qualche commento a Babbo Natale, Gesù adulto. Da non credente ho letto il suo libro con gran divertimento. Ho però l’impressione che sia un’occasione mancata. Il suo pamphlet serve più a chiamare alle armi (logiche, of course) i non credenti che a portare i credenti a dubitare. Tanto che ho l’impressione che la reazione del credente medio sia più vicina a quella espressa nella delirante lettera minatoria che le è arrivata che a quella, cordiale, di altri suoi critici. Provo a fare l’avvocato del diavolo (si può dire, in questo caso?)

 

Ferraris. Ostia, se si puo dire!

 

1. Se è vero che le sue argomentazioni sono stringenti, è anche vero che forse il punto della questione sta proprio in alcuni degli aspetti che – volutamente – lascia fuori. Voglio dire che il fatto di credere o meno forse ha che fare più con aspetti psicologici che con l’ontologia. Al punto che si possono fare affermazioni assolutamente paradossali, come quelle di Remo Bodei che, operando una lettura freudiana dei fenomeni religiosi (in un libro non a caso dedicato alle logiche del delirio), arriva a formulazioni di questo genere: ”La fede è l’equivalente della certezza nel delirio individuale, perciò il tasso di fede socialmente mobilitato cresce, appunto, proporzionalmente nelle zone di maggior pericolo e di minore plausibilità”. Frasi del genere – incredibilmente – possono essere portate a sostegno della necessità della fede. Il problema è che la ”mobilitazione sociale” di cui parla Bodei prevede la trasformazione in codice di condotta condiviso di quello che dovrebbe rimanere nella sfera del privato. E che quindi un delirio condiviso può sanzionare, ad esempio, la condotta sessuale delle persone.

 

Ferraris. Posso capire che nel momento in cui uno è chiuso in un pozzo o perso nel deserto si possano mobilitare delle speranze di salvezza, delle fedi. Ma mi chiedo  quale situazione limite spinga a credere tanti tranquilli cattolici, che magari la fede la tirano fuori solo quando si tratta di prendersela con gli immigrati. Se è per maltrattare gli immigrati non è delirio, ma interesse, razionale e anche un po’ abietto. Poi, mentre si infiammano a colpi di ‘Europa, ossia Cristianesimo’, gli chiedi lumi sulla Pentecoste, e loro tacciono. Va a capire…

 

2. Non sono così sicuro che i credenti, messi di fronte all’alternativa netta credi/non credi (ho provato in passato anch’io a fare gli exit poll sul ”Che cosa credi realmente”), finiscano col dire che alla resurrezione non credono. Semplicemente non ci pensano, si comportano come se sapessero che quel che credono è vero e sono disposti ad allargare la sfera di quello che credono ”realmente” di fronte a domande dirette. Se si chiede ad un cristiano ”credi che l’ostia sia effettivamente il corpo di Cristo”, e la posta in gioco della sua risposta è l’adesione alla fede,  temo che la sua risposta finale sarebbe ”Allora ci credo”.

Faccio una boutade: gli inquisitori credevano davvero a quello che un eretico sotto tortura diceva di credere? Non penso proprio che agli inquisitori (ne parlo prima che i giochi di prestigio degli storici cattolici li facciano sparire del tutto) interessasse il ritorno reale dell’eretico alla fede. A loro interessava la ritrattazione come atto sociale.

 

Ferraris. Infatti, questa è una caratteristica del cattolicesimo. Ai protestanti (che pure hanno un sacco di altri difetti, cose alla Dogville) interessa quello che succede nella coscienza, ai cattolici quello che succede fuori. Sono dei postmoderni nati, e infatti ultimamente si son letti fior di saggi a favore del cattolicesimo in questo senso. A me, per dirla con semplicità, paiono delle scemenze. E chi professa una fede solo pubblicamente mi sembra sempre un po’ lontano dall’ideale della persona perbene. Capisco che in  taluni casi possa essere una necessità per chi ha responsabilità politiche, ma per un privato cittadino e in circostanze del tutto normali è un po’ losco.

 

3. Molti usano la ”non logica” della fede in campi che esulano dalla sfera della religione. Non si può credere se non si crede in un ente definito (altrimenti si può credere che il Sarchiapone abbia creato il mondo), dice bene lei. Provando ad invertire la prospettiva, anche credere che da qualche parte di ci sia qualcosa come, ad esempio, la giustizia è qualcosa che crediamo senza sapere. Poco male, si potrebbe dire. Ma se vengo giudicato per qualcosa che ho fatto da un giudice che crede nella giustizia e non solo nell’oggetto sociale Codice penale, avrei un bel chiedergli di rinunciare a quello in cui crede o di arrivare ad una credenza condivisa: mi manderebbe in galera e basta. Credere che il Sarchiapone abbia creato il cielo e la terra è assurdo, ma anche andare in galera avendo davanti la scritta ”Il Sarchiapone è uguale per tutti” non è una prospettiva molto migliore.

 

Ferraris. Non sono sicuro che sia la stessa cosa. Dio o il Sarchiapone sono degli enti, la giustizia, la verità ecc., sono degli ideali, come tali irraggiungibili, e che servono come molle per l’azione. ‘Sii giusto’ è un imperativo che si capisce, ‘sii Dio’ no. O meglio, viene in mente la battuta di Woody Allen: ‘Credi di essere Dio?’ ‘Bisogna pure avere dei modelli nella vita’.

 

4. Una possibile replica al suo libro potrebbe essere l’accusa di eccessiva adesione alla lettera (come quando parla del Credo) del cristianesimo. Una delle strategie utilizzate dal cristianesimo (nella release cattolica, soprattutto) è quella del ”Credi senza credere fino in fondo o senza prendere troppo sul serio quello in cui credi”. Lo dice bene il prete dell’albergo di Todo Modo di Sciascia, di fronte allo stupore del protagonista che non capisce bene come gli esercizi spirituali dei notabili si possano conciliare con comportamenti che li contraddicono. Al che Don Gaetano risponde ”Ho l’impressione che lei ci creda più di me: che li prenda cioè alla lettera o nel significato originale, ignaziano … E del resto credo che il laicismo, quello per cui vi dite laici, non sia che il rovescio di un eccesso di rispetto per la Chiesa, per noi preti. Applicate alla chiesa, a noi, una sorta di aspirazione perfezionistica, ma standone comodamente fuori. Noi non possiamo rispondervi che inviandovi a venire dentro e a provare, con noi, ad essere imperfetti …” Come dire parla male dei preti perché nel tuo parlar male si rafforza la nostra autorità. Il prete che agisce come se non credesse è perfettamente all’interno della Chiesa. Forse ne è il fondamento.

 

Ferraris. Certo, i cattolici la sanno lunga; è un sapere che ricorda non tanto da lontano  (visto che si è in contesto-Sciascia) la saggezza del Padrino di Coppola. Personaggio grandioso e simpaticissimo, ma, detto questo, era un farabutto e un gangster che ha ucciso un sacco di persone. Da un punto di vista teorico, il ‘credere debole’ mi sembra problematico. Come diceva Wittgenstein, una proposizione come ‘finora non ho mai creduto in Dio’ ha un senso, mentre non ha alcun senso una proposizione come ‘non ho mai creduto veramente in Dio’. Che senso ha credere così così, credere di credere ecc.? Da un punto di vista morale, poi, non parliamone. Uno che in una certa cosa ci crede fino a un certo punto vota, fa promesse, prende impegni, oggi, e faceva roghi, una volta… Mamma mia!

 

5. Parlare della fede staccandola dai suoi effetti sociali e dalla storia rischia di non avere molto senso (o meglio, lascia fuori alcuni punti essenziali). Il suo libro andrebbe letto (non da chi non crede, ma da chi crede) assieme a Tribunali di coscienza di Adriano Prosperi o a qualche altro testo del genere.

Dico un’ovvietà, ma il cristianesimo non è solo logica o ontologia, ma storia. E spesso i bizzarri escamotage teo-logici servono per adattare l’ontologia alla storia, come Althusser che cercava di applicare la scienza e lo strutturalismo a Marx. La gente forse crede in Dio come, qualche anno fa, credeva nella classe operaia o, oggi, agli extraterrestri.

 

Ferraris. Io ho l’impressione che sia solo storia, a cui qualche volonteroso d’ingegno ha cercato di dare una veste logica e ontologica. Senza riuscirci, perché l’impresa era davvero improba, e perché tanto ai credenti non importava nulla. Il cristianesimo, in questo senso, è come l’impero romano, solo che, diversamente che per l’impero romano, c’è ancora gente che se la prende pubblicamente se, sempre pubblicamente, si dice che Romolo e Remo forse non sono mai esistiti e difficilmente sono stati allattati da una lupa. In privato, è chiaro, le cose vanno altrimenti: chi ci crede a Romolo e Remo, o ‘Remolo’, come diceva un credente dell’ultim’ora educato dai Salesiani?

 

A presto

Nicola Gaiarin

 

Grazie, e a presto

Maurizio Ferraris

 

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Babbo Natale – Errata corrige

La presentazione di Babbo Natale, Gesù Adulto. In cosa crede chi crede?, Roma, 17 gennaio, Fondazione Lelio Basso, Via della Dogana Vecchia, 5, con Giacomo Marramao e Stefano Rodotà, avrà luogo non alle 18, bensì alle 19.30. Ci scusiamo per l’errore.

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Presentazioni di Babbo Natale

 

Roma, 17 gennaio ore 18, Fondazione Lelio Basso, Via della Dogana Vecchia, 5, con Giacomo Marramao e Stefano Rodotà

 

Napoli, 18 gennaio ore 18, Libreria Feltrinelli, Piazza dei Martiri, con Roberto Esposito e Vincenzo Vitiello

 

Milano, 23 gennaio ore  17, Università statale, via Festa del Perdono 3, Crociera alta, con Massimiliano Cappuccio, Roberta de Monticelli, Stefano Moriggi, Giulio Giorello

 

Torino, 24 gennaio ore  18, Fnac, via Roma 56, con Ermis Segatti, Maria Turchetto, Carlo Augusto Viano; in collaborazione con ‘l’Indice’.

 

Sarà presente l’autore.

 

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Vino rosso per Hegel

Die Zeit, n. 52, 20/12/2006 (intervista a cura di Elisabeth von Thadden)

 

La religione ritorna. Il papa e l’islam sono onnipresenti. Ma dov’è e che cos’è il protestantesimo? Una conversazione con il teologo Friedrich Wilhelm Graf

  

D. Il Natale sta per arrivare, il Reformationstag [Giorno della Riforma, 31 Ottobre, anniversario dell’affissione delle 95 Tesi da parte di Lutero, festività civile in alcuni Land tedeschi e in Slovenia] è appena passato. Quale di questi due giorni è il più amato dal protestante Graf?

R. Hegel usava brindare con il suo migliore vino rosso non per Natale, bensì per il Reformationstag. E qui mi trova concorde. Infatti questo è il giorno in cui si ricorda come venne negato potere a una Chiesa unica e autoritaria. In negativo: l’inizio di uno scisma; in positivo: l’inizio della pluralizzazione del cristianesimo, da cui sono sorte molte libertà moderne.

 

D. Il papa ha tentato un’interpretazione cattolica di Kant: quale delle due festività è più importante per il kantiano Graf?

R. Di nuovo il Reformationstag. Qui, infatti, un singolo individuo, basandosi sulla propria cultura, Martin Lutero, si è opposto all’istituzione quasi onnipotente della Chiesa papale e ha chiesto autonomia in materia di religione. Il criterio: la correttezza rispetto alla Scrittura. Ciò che Lutero aveva capito lavorando disperatamente sui testi biblici non si accordava con ciò che affermava la Chiesa, l’istituzione provvista di autorità per decidere del vero e del falso, e Lutero diede espressione pubblica alle proprie idee. Per un kantiano si tratta di un passo decisivo in direzione dell’illuminismo, un passo che da allora si è ripetuto molte altre volte nella storia della cultura e della scienza. La Riforma è un evento della storia universale, prima ancora di risultare importante per la storia ecclesiastica.

 

D. Ma allora, che cos’è protestante? Provi a tradurre i principi della Riforma in termini contemporanei. Cominciamo con ”sola fide”. Lutero pensava che un essere umano risulta giustificato soltanto dalla fede. Che cosa significa questo oggi?

R. Sono sempre state offerte, e ancora lo sono, molte formule utili per acquistare la salvezza dell’anima. Nel ”sola fide” è contenuta l’idea che nessuno di noi può vivere una vita ben riuscita grazie alle sole forze personali. Ma ognuno può riflettere sul fatto che vive di presupposti che non gli vengono da lui.

 

D. ”Sola gratia” significa che l’uomo è determinato soltanto dalla grazia divina?

R. Ognuno dipende da molte cose che non acquista con i propri sforzi e con le proprie azioni, ad esempio dalla fiducia, dalla fedeltà altrui. ”Sola gratia” significa che ognuno è accolto, è preso sul serio, in una maniera che sfugge al suo mero essere capace di fare qualcosa.

 

D. ”Sola scriptura”: soltanto la Sacra Scrittura ci indica la via?

R. Nella Scrittura c’è un’istanza che resiste al sapere e al potere del teologo colto, ovvero a una scienza che deve mostrarsi resistente ai mutamenti. ”Sola scriptura” significa delegittimare la tradizione della Chiesa e leggere i testi in prima persona.

 

D. E ”solus Christus”?

R. Questa formula riporta i tre principi precedenti a Gesù di Nazareth, al suo vivere e al suo soffrire, alla sua persistente presenza. Nella Pentecoste ha avuto luogo l’evento decisivo, la distruzione delle immagini autoritarie della divinità. Un antico canto della Riforma di Wittenberg dice: ”O gran distretta, Dio stesso è morto”. A molti questo verso suonava strano, quasi insopportabile, tanto che una versione successiva lo corregge in ”il Signore è morto”. 

 

D. Che cos’è oggi un protestante? Lutero non rende facile al cristiano vivere le propria libertà. Nel 1520 scrive che l’uomo è tanto un servo di tutte le cose, quanto signore di tutte le cose. Come mai?

R. Qui conta la distinzione luterana tra uomo esteriore e uomo interiore: l’uomo esteriore è servo di molti differenti ruoli sociali, ad esempio quello di madre, o di giornalista. Però, al contempo, l’uomo è più dei propri ruoli: interiormente, l’individuo è libero. E questo valeva allora quanto oggi.

 

D. In età illuministica Joachim Heinrich Campe scriveva nel suo dizionario che un protestante è qualcuno che si nega ”a ogni obbligo di credere qualcosa che non poggi su una concorde espressione della propria ragione e della Bibbia”. Che cosa andrebbe cambiato oggi di questa voce di dizionario?

R. Niente.

 

D. E della concezione di Hegel, secondo cui la Riforma sarebbe la ”rivoluzione capitale” della modernità, poiché con essa ”il principio della libertà spirituale” sarebbe diventato ”il vessillo del mondo”?

R. Oggi ne sappiamo più di Hegel, circa le complesse origini della modernità. Ma dacché il cristianesimo ha avuto la forza di conferire una propria impronta culturale all’Europa, la Riforma segna fino a oggi una cesura. Da allora si dà una concorrenza tra differenti interpretazioni di ciò che è cristiano, e con una loro legittima diversità. Da allora è sorto uno stato moderno che basandosi su un proprio diritto autonomo mantiene sotto controllo le forze distruttive della religione. Da allora, inoltre, grazie al rafforzarsi delle singole comunità e al costituirsi di organi rappresentativi ecclesiastici, i sinodi, risulta stabilita anche la cultura del dibattito, del conflitto tra opinioni. Il moltiplicarsi delle differenze significa il moltiplicarsi della conflittualità, certamente. Ma un kantiano terrà fermo questo: grazie alla validità del diritto statuale, grazie alla distinzione tra moralità e legalità possediamo buoni strumenti per risolvere i conflitti. Oltre a ciò, la teologia riformata sottolinea la differenza tra persona e opera. Su questa base è possibile entrare in conflitto per qualcosa, senza dover perciò svilire i propri avversari.

 

D. Oggi, nelle società illuminate si assiste a un ritorno della religione. Però il cattolicesimo sembra cavarsela evidentemente meglio. Da che cosa dipende?

R. Il cattolicesimo vive di messe in scena potenti e sensibili. Ma il protestantesimo è una forma di cristianesimo più impegnativa, intellettualmente più difficile. Il cattolicesimo è una religione per gli occhi, una religione teatrale, e questo, nella nostra cultura, dove i media vivono di immagini, è un vantaggio. Il protestantesimo, invece, è una religione per l’orecchio. Oggi il cattolicesimo, con la sua icona mediatica che è il papa, occupa palesemente gli spazi pubblici per esibire il proprio potere simbolico.

 

D. Come potrebbe farvi fronte il protestantesimo? Opponendo la Frauenkirche di Dresda [cfr. http://www.frauenkirche-dresden.org] alla Sacra Sindone?

R. Quello di Dresda è un esempio davvero suggestivo: la Frauenkirche è stata ricostruita soltanto perché alcuni cittadini protestanti si sono opposti in quanto parte della società civile alla Chiesa del Land sassone, allorché quest’ultima decise di lasciarne abbandonate le rovine come monito, in ricordo della colpa tedesca. La nuova chiesa, con le sue celebrazioni religiose e con i suoi concerti, è ora diventata un luogo di culto protestante che brilla ben al di là della città di Dresda. Questa è la storia di un successo che dimostra quanto sia importante prendere sul serio le proprie tradizioni religiose e rafforzare quindi il proprio profilo protestante.

 

D. Tuttavia questo profilo non lo riconoscono più nemmeno parecchi protestanti. Helmut Schmidt e Erhard Eppler, avversari nel dibattito sul riarmo, o Hillary Clinton e George Bush, avversari politici in America, sono tutti protestanti. Come si fa allora a sottolineare questo profilo?

R. Ma il protestantesimo tedesco può sostenere interpretazioni di sé molto differenti. Gli scenari delle origini della Riforma sono segnati da orientamenti politici diversi, come la tradizione luterana che incide sull’etica della responsabilità di Helmut Schmidt, o la tradizione dell’immediatezza che si esprime nell’etica del sentimento abbracciata da Eppler.

 

D. Che cosa significa allora ”profilo protestante”?

R. E’ protestante l’accento posto sulla parola, il valore dato alla musica, la tendenza all’interiorizzazione, il fare propri in prima persona i contenuti religiosi; inoltre, ciò che dal pietismo in avanti si esprime nel pathos dell’azione sociale, e particolarmente nell’opera di formazione pedagogica.

 

D. Da tutto questo è derivata una tavolozza multicolore che comprende i milioni di appartenenti alle piccole Chiese carismatiche pentecostali, come pure un Martin Luther King o un Dietrich Bonhoeffer. Così, molti prendono in eredità il protestantesimo che preferiscono. Tra le persone colte in Germania è particolarmente amato il protestantesimo dell’autoriflessione, della libertà della ricerca, della cultura della giustizia. E’ legittimo tutto ciò? E poi, si preferisce ignorare il protestantesimo antisemita, quello improntato allo zelo missionario, o quello statalista.

R. Non voglio affatto trascurare le zone d’ombra e, tra queste, nemmeno certo ottuso anticattolicesimo, o la tendenza protestante alla costrizione. Ma ogni presente è inevitabilmente spinto a riflettere su quale tradizione tra le molte vuole ereditare, e la religione conta troppo per essere abbandonata fra le tradizioni erronee. Si tratta, quindi, di conflitti tra interpretazioni, e anche tra interessi diversi. E senza nuove interpretazioni le tradizioni non si formano neppure.

 

D. Il tratto comune su cui tutti i protestanti, pur nella loro varietà che diventa quasi confusione, potevano sempre convenire è l’anticattolicesimo. Non è possibile farne a meno?

R. Che questo paia bello o brutto: ogni gruppo sociale si costituisce intorno alla questione sul chi vi appartenga e chi no, una questione regolata da pregiudizi. E non è un tratto peculiare del protestantesimo. Però il protestantesimo è effettivamente una forma del cristianesimo che si oppone diametralmente a precise decisioni fondamentali della teologia cattolica. E non ne va di un semplice pregiudizio: si tratta di prendere sul serio il cattolicesimo, di rispettarlo. Facendo i superficiali non si fa del bene a nessuno.

 

D. Che cosa del cattolicesimo contemporaneo risulta inaccettabile ai protestanti? Il culto dei santi? Che si riconosca potere salvifico a cose tangibili? O che altro?

R. Il cattolicesimo distingue in maniera normativa, e qui Roma esercita pressioni notevoli, tra clero e laici. Il protestantesimo, per contro, riconosce un ruolo di ministro ecclesiastico a ogni fedele e sottolinea la maggiorità religiosa del singolo: essere cristiano è molto di più che essere soltanto membro della Chiesa. L’istituzione del papato è inaccettabile. I protestanti non hanno bisogno di un papa. Inoltre, va considerata la concezione dell’ufficio ecclesiastico: quella cattolica è inevitabilmente discriminatoria. Ed è pure inaccettabile che la Chiesa cattolica promuova esteriormente norme morali che essa stessa al proprio interno non rispetta.

 

D. Ad esempio?

R. I diritti umani. Purtroppo, attualmente tra i teologi cattolici tedeschi regna un clima di oppressione che impedisce la libera articolazione delle idee e la loro pubblica argomentazione.

 

D. Ma perché allora la Chiesa protestante ha commentato con tanto riserbo l’elezione papale?

R. In verità, l’elezione a papa di un teologo sistematico tedesco è stata celebrata giustamente come un evento straordinario. Al contempo, non bisogna trascurare il fatto che questo papa persegue un programma radicalmente antiprotestante con un rigore che dal punto di vista intellettuale impone rispetto. Il protestantesimo ecclesiastico nutre molte illusioni su ciò che può significare l’ecumenismo. In Germania, dato l’equilibrio numerico tra cattolici e protestanti, l’ecumenismo ha un’importanza particolare. Per le esperienze avute nel Kulturkampf [periodo di politica anticattolica perseguita dal governo del cancelliere Bismarck in Germania, 1871-1879], e per buoni motivi, appare qualcosa di sacro, così come appariva sacra la cultura del consenso nella Repubblica Federale. Inoltre, entrambe le Chiese sanno che unite acquistano una maggiore incidenza politica. A ogni modo, parecchi funzionari ecclesiastici protestanti hanno strizzato l’occhiolino a una qualche istituzione forte, mentre in campo cattolico si notano diversi cenni verso un ”unfriendly takeover”. Sarebbe più saggio riconoscere chiaramente le reciproche differenze.

 

D. La Chiesa protestante vuole essere ora una ”Chiesa della libertà”. Molti protestanti intendono la propria libertà in maniera tale che, per essere conseguenti, devono uscire dalla Chiesa. Un protestante è libero nella Chiesa, o è libero da essa?

R. Le Chiese subiscono da decenni un processo di erosione, analogamente ai sindacati e ai partiti. E poi, tra i protestanti si è sempre dato un cristianesimo esterno alla Chiesa. Però nel protestantesimo ecclesiastico si assiste oggi a una drammatica perdita di terreno. I parroci non contano più, come una volta, su un retroterra costituito dalla cittadinanza colta. Anche per questo molti si allontanano dalla Chiesa.

 

D. Lei vuol dire che le persone capaci di pensare ed esigenti sul piano estetico trovano povero ciò che offre loro la Chiesa?

R. Nella Chiesa si incontra una fatale propensione all’antiintellettualismo. Una nuova pigrizia del pensiero. Il Dio esigente cede il proprio posto a un Dio accomodante, persino un Dio che ti coccola, in una Chiesa che è buona per tutti i giorni. E il protestantesimo ha esagerato con una politicizzazione che considera la politica, un qualcosa che è di per sé problematico, una mera questione confessionale. E anche questo ha l’effetto di respingere.

 

D. Nell’autunno del 1989, nelle Chiese protestanti della Germania dell’Est c’erano delle persone che dicevano: ”Io sto da questa parte, non posso farci niente”. E per fortuna hanno fatto crollare il Muro.

R. La grande impresa della Chiesa evangelica nella DDR è consistita nel rimanere un luogo di relativa autonomia. Per buoni motivi di ordine teologico, è stata in grado di offrire uno spazio di libertà anche ad altri oppositori. Nelle Chiese della Germania Est non era infatti esercitata alcuna pressione in favore dell’uniformità. Ma non è un caso neppure il fatto che dopo la caduta del Muro diversi soggetti di appartenenza cattolica si siano così spesso mostrati pronti ad assumersi delle responsabilità di tipo politico nella sfera pubblica. Già intrattenevano con il potere un rapporto costruttivo. I parroci protestanti, invece, si sono presto ritirati dalla politica, con i suoi dolorosi obblighi oggettivi, colmi di frustrazione. Anche questo fa parte della storia del 1989.

 

D. Il teologo Paul Tillich ha parlato del principio protestante che consiste nel non divinizzare ciò che è terreno. Su questa base, ogni cittadino del mondo, qualunque opinione egli nutra, può diventare protestante. Forse che oggi il protestantesimo si lascia assorbire in altre religioni universali?

R. Attualmente, nelle culture religiose non cristiane si dibatte se vi sia bisogno di una riforma, nel buddismo come nell’islam. Si tratta sempre di un rinnovamento interiore, che prenda al contempo sul serio la propria tradizione. Oggi nell’islam si assiste al fenomeno per cui non vengono più riconosciute le autorità già date come tali, si assiste al pluralizzarsi delle culture di fede islamica, alla progettazione di un proprio islam da parte di soggetti diversi. In questo quadro, comunque, rientra anche l’islamismo politico.

 

D. Proprio le esperienze islamiche dimostrano che un rapporto di tipo immediato tra il fedele e la sfera pubblica e mondana può risultare pericoloso. La Chiesa deve perciò acquistare una maggiore importanza esercitando una funzione di ponte?

R. Sempre più persone reagiscono al ritorno dell’islam in Europa ponendosi alla ricerca del cristianesimo. Molti si sentono costretti a considerare nuovamente se stessi in qualità di cristiani. Sabine Christiansen [giornalista televisiva, conduttrice del più popolare talk-show in Germania] ha improvvisamente iniziato a parlare di sé come di una cristiana. La pressione a prendere posizione aumenta. Perciò le Chiese crescono così tanto in importanza. In ogni caso, questo vale anche per una nuova letteratura manualistica religiosa, venduta come merce di massa.

 

D. Il successo di simili libri testimonia anche del fatto che un protestantesimo di tipo intellettuale esercita ormai la propria attrattiva su pochi. Lutero era comprensibile a tutti. Che cos’ha da offrire oggi il protestantesimo alla maggioranza della popolazione?

R. Una Chiesa popolare deve perseguire soprattutto un buon culto religioso. La Chiesa protestante, detto nel gergo dell’economia, deve dedicarsi al management della qualità. Rispetto al suo compito centrale: è responsabile di un buon culto, di buoni funerali, di buoni battesimi, di buone prediche.

 

D. Allora il protestantesimo, che ha così efficacemente valorizzato l’individualità, si trova nuovamente alle prese con gli effetti collaterali di questa valorizzazione. Cento protestanti individualizzati hanno cento idee diverse su che cosa sia bene.

R. La Chiesa evangelica dovrà saperlo, che cos’è un buon battesimo, un battesimo ben fatto. Ogni cerimonia di culto protestante si svolge adoperando una gamba portante e una gamba libera [terminologia coreografica]. La gamba portante è la liturgia. Questa vive della possibilità di riconoscere volta per volta il medesimo, perciò un battesimo celebrato ad Amburgo e uno celebrato a Monaco dovrebbero somigliarsi sotto il profilo liturgico. Ma la predicazione è la gamba libera. Una predica efficace si rivolgerà a una specifica comunità di battezzati e battezzandi. I battesimi sono feste dell’individualità. Rendono palese il ”valore infinito di ogni anima umana”. Sono una forma di riconoscimento, il prendere sul serio il singolo, ciò che è peculiare del protestantesimo.

 

D. Per concludere, un test di attualità: che cosa viene in mente a un protestante dinanzi a parole d’ordine del dibattito contemporaneo? Ad esempio, educazione, o formazione?

R. Il protestantesimo è stato fin da principio una forza educativa, pedagogica e culturale. Molti problemi che oggi affliggono lo stato sociale sono problemi di formazione. Viviamo in una società formata da classi di nuovo tipo. Qui, i protestanti non si trovano a proprio agio. La formazione è più che trasmissione di conoscenza e di competenze tecniche. Protestante, è una solida formazione della personalità.

 

D. E libertà della ricerca?

R. La libertà della ricerca è un bene altissimo e in Europa lo si è dovuto conquistare lottando contro le Chiese. Le Chiese non devono avanzare pretese di monopolio, pretendere di definirsi agenzie morali della società. I testi sacri permettono troppe interpretazioni perché una sola di esse debba risultare vincolante.

 

D. Povertà?

R. La povertà è uno scandalo. Ma in questa triste realtà rientra pure il fatto che non sappiamo in che modo vada combattuta. E’ un’illusione, quella di poter eliminare la povertà con un po’ di redistribuzione delle risorse. Solo la formazione può liberarci dalla povertà.

 

D. E se oggi qualcuno vuole conoscere il protestantesimo, con che cosa deve cominciare? Con la musica? Con il culto religioso?

R. Leggere Lutero.

 

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Tutto il mondo è paese

 
”Io sono l’opposto del cattolico argentino’, mi disse una volta. ‘Lui crede ma non gli interessa; a me interessa ma non credo”, Alberto Manguel, Con Borges, Adelphi 2005, pp. 60-61.
 

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Voltaire, Dizionario Filosofico. Voce ”Fede”

 

I

 

Un giorno il principe Pico della Mirandola incontrò papa Alessandro VI in casa della cortigiana Emilia, mentre Lucrezia, figlia del Santo Padre, stava per partorire, e a Roma non si sapeva se il nascituro fosse del papa o di suo figlio, il duca di Valentinois, o del marito di Lucrezia, Alfonso d’Aragona che passava per impotente. La conversazione fu sulle prime assai brillante. Il cardinale Bembo ne riferisce una parte. «Mio caro Pico,» disse il papa, «chi credi che sia il padre del mio nipotino?» «Vostro genero,» rispose Pico. «Ma come puoi credere una sciocchezza simile?» «Lo credo per fede.» «Ma non sai che un impotente non fa figli?» «La fede,» ribatté Pico, «consiste nel credere in cose che sono impossibili; per di più l’onore della vostra casa esige che il figlio di Lucrezia non passi per il frutto di un incesto. Voi mi fate credere in misteri ancor più incomprensibili. Non devo forse essere convinto che un serpente parlò e che da allora tutti gli uomini furono dannati; che l’asina di Balaam abbia parlato anch’essa con grande eloquenza, e che le mura di Gerico crollarono al suono delle trombe?» E Pico infilò prontamente una lunga litania di cose ammirabili in cui credeva. Alessandro, ridendo a crepapelle, piombò su un sofà. «Anch’io credo a tutto questo come te,» diceva, «perché mi rendo conto che non potrò salvarmi che in grazia della fede: non certo per le mie opere.» «Ah, Santo Padre,» disse Pico, «voi non avete bisogno né di opere né di fede: queste cose valgono per dei poveri profani come noi, ma voi che siete vice-Dio, potete credere e operare come più vi piace. Voi avete le chiavi del cielo; e, senza dubbio, san Pietro non vi sbatterà la porta in faccia. Ma, in quanto a me, vi dico che avrei bisogno di una potente protezione se, non essendo altro che un povero principe, fossi andato a letto con mia figlia e mi fossi servito dello stiletto e di certe polverine così spesso come Vostra Santità.» Alessandro VI sapeva stare allo scherzo. «Parliamo seriamente,» disse al principe della Mirandola. «Dimmi, che merito può esserci nel dire a Dio che siamo persuasi di cose delle quali non possiamo affatto essere persuasi? Che piacere può fare, questo, a Dio? Detto tra noi: dire di credere in quel che è impossibile credere, significa mentire.»

Pico della Mirandola si fece un gran segno di croce: «Ah, mio Dio!» esclamò, «Vostra Santità mi perdoni, ma voi non siete cristiano!» «No, in fede mia,» disse il papa. «Lo sospettavo,» replicò Pico della Mirandola.

(Scritto da un discendente di Rabelais)

 

II

 

Che cos’è la fede? È il credere in ciò che appare evidente? No: per me è evidente che esiste un Essere necessario, eterno, supremo, intelligente; ma questa non è fede, è ragione. Non ho nessun merito nel pensare che questo Essere eterno, infinito, che è la virtù, la bontà stessa, voglia che io sia buono e virtuoso. La fede consiste nel credere non a ciò che sembra vero, ma a ciò che sembra falso al nostro intelletto. Gli asiatici possono credere soltanto per fede al viaggio di Maometto nei sette pianeti, alle incarnazioni del dio Fo, di Visnù, di Xaca, di Brahma di Sammonocodom ecc. Essi sottomettono il loro intelletto, hanno paura d’esaminare, non vogliono né essere impalati né bruciati; dicono soltanto: «Io credo.»

C’è la fede in cose stupefacenti, e la fede in cose contraddittorie e impossibili.

Visnù s’è incarnato cinquecento volte; questo è sbalorditivo, ma, infine, non fisicamente impossibile, perché se Visnù ha un’anima, può averla messa in cinquecento corpi, tanto per divertirsi. L’indiano, in verità, non ha una fede molto viva; non è intimamente persuaso di queste metamorfosi; però dice al suo bonzo: «Ho la fede: voi volete che Visnù sia passato per cinquecento incarnazioni; ciò vi frutta cinquecento rupie di rendita. E va bene; ma se io non l’ho, questa fede, voi andrete in giro a berciare contro di me, mi denuncerete, e rovinerete il mio commercio. Ebbene, questa fede ce l’ho, e in più eccovi dieci rupie in regalo.» L’indiano può giurare a quel bonzo che gli crede, senza fare un falso giuramento perché, dopo tutto, non gli è dimostrato che Visnù non sia venuto nelle Indie cinquecento volte.

Ma se il bonzo esige da lui ch’egli creda in una cosa contraddittoria, impossibile – per esempio, che due più due fanno cinque, che lo stesso corpo può trovarsi in mille luoghi diversi, che essere e non essere sono assolutamente la medesima cosa – in questo caso, se l’indiano dice che egli ha la fede, mente; e se giura che crede, commette uno spergiuro. Dice dunque al bonzo: «Reverendo padre, io non posso assicurarvi che credo a queste assurdità, anche se esse vi fruttassero diecimila rupie di rendita, invece di cinquecento.» «Figlio mio,» risponde il bonzo, «dammi venti rupie, e Dio ti farà la grazia di credere in tutto ciò in cui non credi.» «Ma come potete pensare,» risponde l’indiano, «che Dio operi su di me quel che non può operare su se stesso? Non è possibile che Dio faccia o creda in cose contraddittorie: non sarebbe Dio, altrimenti. Io sono pronto, per farvi piacere, a credere in ciò che è oscuro; ma non posso dirvi che credo nell’impossibile. Dio vuole che noi siamo virtuosi, non che siamo assurdi. Vi ho già dato dieci rupie, eccone ancora venti: credete in trenta rupie; siate, se ci riuscite, un uomo onesto, e non rompetemi più le scatole.»

 

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